Gli anziani nel nostro tempo

I cambiamenti sociali, avvenuti nel corso degli ultimi decenni, hanno come noto velocizzato i nostri tempi del vivere. Oltre a questo a sfavore delle generazioni degli anziani o meglio sarebbe dire vecchi, senza timore di sentirsi fuori dal coro, sono l’inevitabile solitudine e la inevitabile fragilità fisica, che determinano l’involuzione psicologica.

Tutto agli anziani rende difficile l’adattamento alle novità, e questo genera un sentimento di estraneità, e spesso un naturale atteggiamento di rifiuto nei confronti di qualsiasi novità o innovazione tipico dell’età avanzata. Max Weber dice che ”Una volta gli uomini morivano sazi della vita, oggi muoiono stanchi”.

Del resto la vecchiaia è, connotata da un’idea (incrementata negli ultimi anni) che sotto tutti gli aspetti ha ormai etichettato l’anziano quale elemento di sovrannumero: vedi anche le politiche sociali che tendono in Italia a fare ‘Cassa’ prelevando in tutti i modi denari dalla Previdenza con allungamenti assurdi o con ‘contributi di solidarietà)

La condizione comune di vecchio, crea imbarazzo. Per essere accettato, per ottenere qualche consenso o una minima cortesia, o rivendicare propri diritti, o semplicemente non dare fastidio ed irritare, l’anziano, il vecchio, si deve muovere quotidianamente con prudenza ed in modo accorto, ma cosi sfiancato e stanco, perde quella creatività che gli consentirebbe di mettere a disposizione la propria esperienza, produrre idee, avere interessi e quindi di sconfiggere la solitudine e l’isolamento sociale ed affettivo. La vecchiaia, nella moderna società capitalista cioé consumista non concede che pochissimo spazio espressivo che oltrepassato, l’anziano è giudicato disordinato, sciatto, arteriosclerotico oppure ambizioso, vanitoso, giovanile a tutti i costi, e pertanto ridicolo.

Eppure la saggezza popolare ci ricorda che “il cuore non invecchia mai”. Ma, quante esigenze affettive ricevono risposta, una volta superata una certa età, consentendo quel ricambio emotivo con il mondo che è secondo me la prima condizione perché una qualsiasi esistenza si senta giustificata?

Lo stesso mantenimento cognitivo è strettamente condizionato dall’accettazione emotivo-affettiva, e se questo vale per gli adolescenti, vale ancor più per gli anziani, il cui potenziale cerebrale si deteriora non tanto e solo per decadimento biologico, quanto per interruzione dei flussi affettivi. L’efficienza cognitiva diminuisce quindi man mano che vanno scemando le risposte emotive. Le trasformazioni socio-culturali degli ultimi trent’anni hanno visto prendere piede la contrapposizione tra possibile ed impossibile, per cui la misura del rapporto tra individuo e società non è più contrassegnata dalla docilità e dall’obbedienza disciplinare, ma da iniziativa, progetto, motivazione, risultati, che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé.

In uno scenario social-capitalistico dove non v’è più regola, né divieto e tutto è consentito, per l’anziano tutto viene vissuto con un senso di inadeguatezza per ciò che dovrebbe fare e che non è più in grado di fare, secondo le pretese di una società che esclude i vecchi in quanto non consumatori e utilizzatori di un welfare che altri mantengono.

E’ per quel fare o non fare che ciascun anziano misura il valore di se stesso. prima, in altri tempi, la regola era fondata sull’esperienza e sulla disciplina interiore, adesso tutto gira sulla capacità di iniziativa, di raggiungimento degli obiettivi prevalentemente economici. Il valore morale della persona viene oggi riposto nella realizzazione di fatti, cioè di cose concrete e
spesso in molti anziani questo stato d’animo si configura non soltanto come perdita della gioia di vivere e come sentimento di tristezza, ma addirittura come patologia dell’azione e una perdita dell’iniziativa.

Nell’Occidente capitalista, le categorie dominanti sono quelle della funzionalità e dell’utilità. L’idea che la nostra cultura si è fatta della vecchiaia è quella di un tempo inutile. Ma invece grazie ai progressi della medicina ed ai servizi sociali più efficienti vive, oggi, una nuova categoria di persone, i vecchi appunto, paradossi viventi, sospesi come in una zona grigia di cui la società non capisce lo scopo e non sa che farsene. Gli anziani, i vecchi, non servono a nulla se non a consumare, in senso mercantile capitalistico. In un’apparente contraddizione però la società si dà da fare per ridurre le cause dell’invecchiamento o per ritardarne per lo meno l’arrivo, perché cosi diventano consumatori monomerceologici (farmaci). Gli anziani sono destinati a sentirsi esclusi in una società nella quale “si è ciò che si fa” e “se non fai niente sei una nullità”. Li si taglia fuori quando non possono sperare in una qualsiasi occupazione e la perdita di identità che ne consegue equivale al totale disorientamento. Viviamo una fase storica dominata dalle ragioni del mondo economico. E ragioni contraddittorie sono quelle che vedono, da una parte, come all’anziano si offra una prospettiva di vita sempre più lunga, mentre, dall’altra, gli si tolga il senso stesso dell’esistenza, poiché per lui non c’è nulla, e nessuno lo vuole. Da qui il senso di impotenza, insufficienza, inutilità.

L’umanità è nata con un concetto di gruppo; l’espulsione dal gruppo equivale all’inesistenza, alla morte civile, se non addirittura a quella vera e propria. Per noi occidentali ormai, con la vittoria del capitalismo, concepiamo la vita come luogo del reperimento del senso ed è tragico confrontarci con l’età della tecnica che annulla ogni visione del mondo. Ci viene imposto di garantire una prestazione, perché alla tecnica interessa che ci siano degli esecutori efficienti di azioni già codificate. Non interessano le loro identità e tanto meno la loro creatività, perché ciò che conta soprattutto è la sostituibilità degli operatori. Quando ci confrontiamo con gli altri non lo facciamo in quanto noi stessi, ma in quanto svolgiamo una certa funzione e parliamo con forme linguistiche formalizzate ed ordinate alle prestazioni. In quanto prestatori di funzioni/consumatori, non siamo mai realmente chiamati in causa, non è in gioco la nostra soggettività. Le nostre identità ne risultano compresse. Speci nella tarda età, prima ancora di cominciare ad ascoltare sentiamo la necessità di affermarci come “Io”. Un “Io” sano avrebbe bisogno della mediazione sociale, dello scambio interpersonale, perché l’identità si conserva attraverso il riconoscimento esterno. Ma il sociale attuale ci riconosce soltanto in termini di efficienza, di carriera, di successo, di ricchezza, tutti concetti ‘capitalistici’ che hanno creato inevitabilmente una società narcisistica che stimola comportamenti perversi. Gli anziani ormai vivono una fase storica, con l’intensificazione dei ritmi, della crescita della competizione, dello stimolo per l’individualismo e la visibilità ma cosi si esalta la parte perversa e narcisistica che è in noi e che tende ad annientare ogni reciprocità, preferendo l’apparenza. Conta mostrarsi, brillare, essere in forma, essere come si dice ‘In’ o con una parola bruttissima essere ‘Cool’. Cosi gli anziani arrancano di fronte ad un mondo che obbliga a riuscire in tutto, altrimenti saranno (saremo) se non proprio depressi, certamente emarginati se non addirittura ‘Inutili’. Ma in un mondo che ha messo il denaro al posto di Dio e lo ha fatto diventare unico riferimento sociale, individuale e ’generatore di felicità’, c’è posto per gli anziani? c’é posto per i vecchi??

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