La Cubana

La cubana

Nella cella con Milagro c’erano altre donne, tutte, più o meno, della sua età, tutte avevano subito il trattamento terribile della tortura. Bastava guardare quei volti martoriati per rendersene conto. Parlavano poco tra loro, si udivano solo dolorosi lamenti. La regola, non detta, imponeva di non entrare in confidenza con nessuno, non dire nulla, non pronunciare nomi: c’è sempre chi, nell’illusione di essere risparmiato, parla ai suoi torturatori a volte per troppe botte, a volte per fame, a volte per debolezza o sfinimento. La moglie di Bruno indossava, come tutte le altre prigioniere, un camicione, non ricordava nemmeno quando glielo avevano fatto indossare! Della collana e anche del fermaglio, che aveva messo tra i capelli per la serata della festa, nessuna traccia, ma di quello poco le importava ormai, anche se era un caro ricordo del suo viaggio di nozze ,altre erano le sue preoccupazioni.

Da quanto tempo mi trovo rinchiusa in questa cella?”

Si chiedeva tormentata Milagro pensando a sua figlia. Il sole filtrava poco da quella finestrella posta vicino al soffitto e sbarrata da assi di legno. Era intorpidita. Il tempo le pareva eterno ma qualche giorno doveva essere passato. Nei momenti di lucidità si guardava attorno smarrita e alcune volte le era capitato di incrociare degli occhi, ben distanziati tra di loro e fissi su di lei, occhi scrutatori su una bocca carnosa.. Sì quella donna la osservava ma non le incuteva paura. Aveva i capelli corti e ricci che le cadevano anche sulla fronte. Spesso cercava di mandarli indietro e allora appariva una cicatrice che si perdeva nella testa. Sicuramente aveva qualche anno più di lei, poco meno di quaranta, ma in quel luogo era difficile valutarlo. Mentre la osservava la porta si apri e due aguzzine dissero.

“Cubana tocca a te”

Nessuno si mosse e allora si avvicinarono proprio alla persona che stava osservando e pungolandola la fecero alzare. Non era molto alta ma la sua magrezza la rendeva tale e aveva un seno piccolo ed eretto, come le spalle. Mentre si avviava, dava l’impressione di avere un corpo muscoloso e scattante. Uscendo le passò vicino e a Milagro parve che le labbra grandi e carnose si stendessero in un sorriso mentre gli occhi ammiccarono. Il rituale era sempre lo stesso: un uomo con il mitra in mano sorvegliava, restando sulla porta, ciò che avveniva nella cella mentre due carceriere entravano, pronunciavano una caratteristica fisica, spesso canzonatoria, di una prigioniera e se questa non intuiva di essere lei la prescelta e non si alzava veloce, la prelevavano infierendo su di lei. Di solito, dopo un tempo che per la sventurata pareva infinito, era riportata semi svenuta e sanguinante nella cella. Qualcuna riusciva persino a dire qualcosa mentre veniva gettata a terra

No ablai, no, no….”

Per un’altra iniziava lo stesso calvario. Quel pomeriggio però accadde qualcosa di nuovo. Era arrivata una donna da sembrare anziana tanto si muoveva con difficoltà, doveva essere stata arrestata da poco perché indossava ancora i suoi abiti. Assieme a lei una ragazza che sicuramente era la più giovane delle prigioniere: sembrava che le fosse passato sopra uno schiacciasassi, tanto era martoriata. Appena la porta della cella fu chiusa la donna anziana si mise un fazzoletto bianco in testa poi, dalla tasca, estrasse una foto e andò da ogni prigioniera chiedendo se avesse visto suo figlio. Passando da una detenuta all’altra raccontava di essere stata arrestata durante la manifestazione pacifica in Plaza de Mayo. Con altre mamme aveva sfidato il regime per far conoscere agli argentini e al mondo intero il dramma che si stava consumando nel loro paese. Nessuna la poté aiutare allora, si mise seduta in un angolo continuando a baciare e a parlare con la foto di quel figlio che voleva ritrovare. Erano passate poco meno di due ore quando la porta della cella si aprì:

Tocca a te chica

La ragazza, che era arrivata assieme alla vecchia, si alzò stancamente e all’aguzzina che la trascinava verso la tortura, sussurrò qualcosa all’orecchio:

Procurami un sacchetto di plastica e in cambio ti darò la combinazione della mia cassetta di sicurezza del Banco Central”

Fu così che dopo mezz’ora circa, mentre rientrava in cella tenendo ben stretto tra le mani uno shopper di sottile plastica, rivelò, alla sua aguzzina un numero, quello della data della morte del ‘Che’ intervallata da degli zeri, ma per chi voleva tenerlo a mente non diceva assolutamente niente. Per memorizzarlo bene lo ripeterono insieme tre volte.

Se mi hai ingannato…”

Minacciò sottovoce la megera alla ragazza, spingendola dentro. La giovane ragazza sorrise dentro di sé mentre rotolava per terra vicino a Milagro. L’aguzzina dopo essersi guardata intorno gridò:

Adesso tocca alla vecchia, sì tu che te ne stai laggiù in fondo…” E puntò un dito. La sola donna anziana che era stata chiamata, finse di non capire e non si mosse.

Alzati ti ho detto!“ Le intimò.

Un’altra aguzzina arrivò per dare aiuto alla collega, insieme la sollevarono di peso e la sbatterono più volte contro la parete che si macchiò di sangue come il fazzoletto che portava in testa, poi la strascinarono fuori. A quella vista raccapricciante Milagro si girò per non vedere e il suo viso sfiorò quello della giovane che istintivamente le prese la mano e gliela strinse come una bambina smarrita in cerca di protezione. Milagro le accarezzò i capelli in silenzio. Nessuna delle due vide come quella ‘madre coraggio ‘ fu trasportata fuori per essere interrogata, se mai fosse giunta viva. Quando la porta della cella fu chiusa con un tonfo, la ragazza bisbigliò a Milagro.

Grazie, grazie per la carezza dopo tanto dolore. Posso sapere come ti chiami?”

Sai che non te lo posso dire…”

Io invece il mio nome te lo dico: sono Letitia Ibarra e domattina qui non ci sarò più…” Affermò con convinzione.

Sarai libera?” Domandò incredula Milagro.

Sì liberissima… ma tu mi devi aiutare…”

Io? Aiutarti… ma cosa dici…”

Oltre che incredula, Milagro era anche sbalordita, ma Letitia continuò senza dare peso alle sue parole:

Prima di arrivare qui ero a Tucuman, sono stata catturata durante uno scontro a fuoco…”

Uno scontro a fuoco? Ma quanti anni hai, sembri una bambina?”

Si trovò a chiedere malgrado la sua determinazione di restare sempre in silenzio.

Diciassette”

Com’era giovane e bella! Una bellezza acerba, lo si capiva malgrado quel volto tumefatto, il labbro spaccato che mostrava la rottura dei denti incisivi. Milagro si chiese quale fosse lo scopo di tutte quelle confidenze, ma presto dolorosamente lo scoprì.

A Tucuman, sono restata quattro mesi, allora ero bella…” Sembrava che parlasse di un tempo remoto. ”… è là, in quella prigione, che sono diventata donna!“

Rise, rise con un riso isterico ed era come un urlo lacerante, poi continuò:

I militari… padri, nonni, vecchi e giovani tutti mi hanno stuprato, proprio tutti e ogni giorno fino a ridurmi come vedi…”

Parlava tossendo e ogni tanto sputava saliva e sangue. Milagro cercava parole di conforto che non le venivano e tremava per lei e per se stessa “…e … e sono incinta…”

Rise ancora con quella risata isterica, terribile, mentre sollevava il camicione mostrando il suo corpo interamente nudo perché sotto non si poteva indossare nulla. Milagro guardò quel corpo pieno di lividi ma ugualmente di una sinuosa infantile sensualità

Guarda… qui… qui dentro…” Pianse Letitia passandosi una mano sul ventre “…qui dentro c’è mio figlio… ma io lo renderò libero con me… e tu… tu devi aiutarmi, devi tacere mentre io me ne… andrò…”

Con un gesto improvviso aprì il sacchetto se lo mise in testa, annodò i manici stretti, stretti al collo e si addossò al corpo di Milagro che esterrefatta non si mosse. Per un attimo pensò di sciogliere quei nodi, ma poi un senso di amorevole pietà la prese: ecco cosi aveva deciso di liberarsi e cosi libera sarebbe stata. Milagro l’abbracciò e quell’abbraccio trattenne i sussulti della morte o forse si mescolarono ai suoi brividi di terrore, poi la cullò nascondendole il viso, ormai violaceo, sul suo seno. Milagro improvvisamente fu presa dalla paura, sollevò gli occhi per guardarsi intorno e incrociò quelli della Cubana che tutto aveva osservato e la paura crebbe. Ora doveva lasciare quel corpo senza vita e lentamente, strisciando contro la parete, arrivò dall’altra parte della cella e si raggomitolò su se stessa e pianse in silenzio domandandosi, prostrata, perché non avesse fatto nulla per dissuadere quella ragazza così giovane. Sussultò terrorizzata quando sentì una mano, quella della Cubana, posarsi sulla spalla:

“Non temere, la nina ha scelto la libertà, una libertà diversa da quella che io vorrei, che anche tu vorresti, per tutte le donne argentine…” Le disse con voce profonda ma Milagro non le rispose. Lei che voleva la libertà ora era prigioniera e si chiedeva continuamente, dove fossero Bruno e Maria Sole. Il suo pensiero era soprattutto per la piccola strappata dalle sue braccia. Non riusciva a comprendere come si potesse essere così disumani come lo erano stati con Letitia e forse lo sarebbero stati anche con i bambini si trovò a pensare. No, non poteva essere, si ripeteva, anche loro erano argentini, anche loro erano esseri umani…. ma le parole tremende che aveva ascoltato le rimbombavano nel cervello come colpi di maglio ininterrotti

Scordatela… qualcuno la comprerà… o andrà ai pesci… è carne tenera che…”

Il dolore che provava era così intenso che cadde in un torpore che le cancellò dalla mente ogni pensiero. Non seppe per quanto tempo il suo spirito fosse rimasto insensibile, quando la porta della cella fu nuovamente spalancata ma questa volta non per il solito rituale. Vide un’aguzzina, quella che evidentemente aveva dato il sacchetto a Letitia avvicinarsi alla ragazza come una furia dandole un calcio nella schiena e gridando:

Svegliati stronza… che cazzo di numero mi hai dato. Hai fatto la furba eh, vediamo se lo sarai ora… alzati…”

Ma non si alzò Letitia e quando la megera la girò per sollevarla attraverso il nylon trasparente del sacchetto vide il viso: aveva stampato il ghigno della morte.

Fu trascinata via per i piedi e nessuno certo pensò che avrebbe avuto una dignitosa sepoltura. Aveva diciassette anni aveva inseguito il sogno della ribellione e della libertà, era morta in uno scantinato puzzolente di sangue, urina, feci, come tante altre sarebbero morte. Qualcuna della cella cominciò a parlare, chi bestemmiava e chi invece pregava, chi incitava a resistere, chi rimpiangeva di non aver fatto tanto all’amore, ora che forse non l’avrebbe fatto più. Stranamente dopo la morte sospetta della donna anziana e dopo quella certa di Letitia le torture e gli interrogatori furono sospesi per qualche giorno. Le detenute ripresero coraggio e qualcuna, dentro alla cella, cominciò timidamente a parlare… Milagro preferiva starsene in disparte quando una prigioniera le si avvicinò con una certa deferenza e le disse:

Mi chiamo Anita Erikson tu sei la figlia di Don Diego e Donna Carmen”

Non era una domanda, ma un’affermazione. Milagro fece un piccolo gesto di assenso e restò in attesa con la speranza che fosse un possibile contatto magari da parte di Bruno. Invece Anita era solo una prigioniera nata anche lei a Rosario. Il provenire dalla stessa città diede vita ad un rapporto confidenziale. Avevano circa la stessa età, avevano giocato lungo gli argini del Paranà o nel Parco della Indipendencia, e anche se tutte e due erano atee, conoscevano la bella cattedrale de Nuestra Senora del Rosario. Le ore erano meno amare adesso che poteva condividere ricordi con Anita ma finiva sempre col parlare di Maria Sole e così le aveva confidato che ogni tanto lì in quella cella le sembrava perfino di sentirne il pianto o la sua vocina che la chiamava.

Si lo so, succede anche ad altre donne che sono rinchiuse qui, soprattutto a quelle che hanno dei bambini piccoli come la tua”

Tu Anita sei sposata, hai dei figli?”

La donna fece un gesto vago con la mano, come a negare. Ma un marito lo aveva, faceva parte della Resistenza, lei era stata rinchiusa perché rivelasse dove si nascondesse. Fino ad allora non lo aveva mai svelato ma per quanto tempo avrebbe ancora resistito e il pensiero di poterlo tradire aggiungeva dolore all’anima, al tanto fisico che stava patendo. Con amarezza Milagro pensò che in un posto come quello tutti avessero paura di rivelare qualcosa di sé. Lei certo non poteva dire ciò che in cuor suo sperava. Lei era la moglie di un diplomatico italiano e figlia di una famiglia importante: forse gli Escuadrones de la muerte non avrebbero osato tanto… per lei forse c’era qualche probabilità in più di uscirne viva da quell’inferno.

Doveva resistere, restare vigile, non lasciarsi prendere dalla rabbia come quando aveva quasi strozzato un’aguzzina. In quel momento aveva rischiato veramente di essere ammazzata. Poi lo sconforto la prendeva e le botte facevano il resto, si vedeva piena di lividi, guardava le altre e si rendeva conto che il suo destino sarebbe potuto essere davvero tragico. La prassi era che, dopo qualche tempo dall’arresto, dalla Escuela superiore de mecanica, tutti i prigionieri venissero portati al campo di Mar del Plata. Era una procedura ormai consolidata fin dal 1978. L’esperienza aveva messo in evidenza che se, dopo il trattamento riservatogli alla Escuela, il prigioniero non avesse parlato non lo avrebbe fatto mai più perché non c’erano torture più dolorose, sia fisiche che psichiche, che gli si potessero infliggere. Quello che invece aveva ceduto non aveva più nulla da dire ed era inutile spremerlo ancora… meglio disfarsene. Al campo venivano prese le decisioni finali e quasi per tutti la sorte era segnata perché dopo qualche giorno i prigionieri, imbottiti di psicofarmaci e distrutti dalle torture, venivano caricati su aerei che decollavano verso l’oceano per poi ritornare vuoti alla base dopo un volo radente sull’acqua. Milagro e Bruno conoscevano bene la macabra procedura, sapevano bene cosa accadeva a chi fosse stato catturato dagli Escuadrones de la muerte.

Nessun combattente si augura di essere fatto prigioniero, meglio sarebbe stato morire in uno scontro a fuoco con i golpisti. Anche se tutti i giovedì pomeriggio le madri di figli scomparsi, i desaparecidos appunto, sfilavano in Plaza de Mayo con un fazzoletto bianco in testa per protestare contro il regime, ormai tanti erano i codardi che fingevano di non sapere cosa accadeva a chi fosse stato catturato dagli Escuadrones de la muerte. Le voci sempre più insistenti parlavano di prigionieri che, legati e incappucciati, all’arrivo della notte erano caricati sui camion militari per quello che poteva essere il loro ultimo viaggio e diventavano i desaparecidos ma dove sparissero era conosciuto da pochi. Milagro invece conosceva perfettamente che tanti giovani come lei, all’improvviso sparivano inghiottiti da quel mare che amava tanto e tremò pensando che forse a lei stessa sarebbe toccata la stessa sorte. Quella realtà era così mostruosa che faticava a crederla anche se Bruno tanta volte glielo aveva confermato. Per lei era impensabile che argentini uccidessero altri argentini in un modo così orrendo. Da alcuni elementi osservati, dalle descrizioni di Anita, ormai aveva la certezza di essere tenuta prigioniera proprio dentro all’Escuela superiore de mecanica e di giorni ne dovevano essere passati quanto bastava. Forse quel trasferimento di cui si vociferava era imminente e lei non voleva morire e soprattutto aveva paura di lasciarsi andare. Fino a quel momento era stata forte e coraggiosa, aveva sempre superato le torture nel silenzio e se parlava era per dire.

Dove avete portato Maria Sole? Datemi mia figlia! Tu hai una figlia a casa che ti aspetta?”

Il pensiero di Milagro era fisso a Maria Sole e si sforzava di tenere la sua mente vigile, faceva di tutto per non lasciarsi andare alla disperazione e cercava di ragionare per darsi coraggio e una speranza. Allora il pensiero correva a Bruno che certo qualcosa aveva previsto nel caso di una loro cattura, troppo abile ed esperto… e poi era il console italiano… e certo la sua famiglia, cosi importante, facoltosa e temuta, una via d’uscita la stava cercando.

Questo non può essere il mio ultimo viaggio! Ho una bambina da crescere, educare, amare e un marito che sta cercandoci!”

Si ripeteva con sempre minore speranza mentre nessun dolore fisico poteva superare la mancanza della figlioletta. Le aguzzine aveva fatto di tutto per annullare la sua volontà, annebbiare la sua mente ma senza riuscirci. In un certo senso riusciva a destare rispetto anche tra quelle più feroci. Dopo gli interrogatori così estenuanti cercava di mantenere il controllo di sé, di ragionare e allora raggomitolata in un angolo, per farsi coraggio, immaginava di raccontare a Maria Sole una favola:

Sai piccolina tuo padre ci verrà a prendere. Lui sa quello che si deve fare per liberarci” Oppure

Sai lui è più forte di tutti i maghi… sapeva che una strega cattiva ci avrebbero catturato ma lui è un cavaliere senza paura e torneremo a Casa roja. Tu diventerai una…” ma quasi sempre si assopiva prima di terminarla…

La porta della cella si aprì e Milagro, per un momento, pensò che fosse arrivato Bruno con Maria Sole a prenderla per portarla a casa. Arrivarono invece le carceriere, entrarono in quelle luride celle e con rapidi ordini le fecero alzare da terra, lacere e sanguinanti com’erano gridando:

Fuori presto, fuori…”

Si assicurarono che uscissero tutte spintonando quelle che non volevano uscire. Erano quelle che, come Milagro, sapevano che l’ultimo viaggio era vicino. Tutte una dietro l’altra lentamente si incamminarono per lasciare i sotterranei della Escuela, fuori sicuramente un camion militare le stava già aspettando. Avanti a sé Milagro aveva Anita e dietro un’altra prigioniera, la Cubana come la chiamavano le torturatrici quando venivano a prenderla per farla parlare, una donna che già aveva conosciuto l’esperienza della lotta, della guerriglia e della prigione, la stessa donna che spesso la osservava e che l’aveva vista tenere stretta a sé Letitia mentre moriva e ora ne aveva paura. Mentre uscivano, nel trambusto che si era creato, la Cubana le si era avvicinata le aveva sussurrato:

Io so chi sei…”

Milagro ebbe un sussulto, quella voce era piena di ammirazione ma rimase in silenzio attenta a non tradirsi e ascoltò.

“Io sono quella che, lungo la strada che porta a Rosario, prelevava i dissidenti che tu lasciavi per farli espatriare. Dovevo anche prelevare Lionel Di Paco e sua moglie secondo gli ordini del partito ma qualcosa è andato storto perché mentre andavo all’appuntamento hanno arrestato anche me!”

Era una rivelazione gravissima quella che le veniva fatta, le stava dicendo che faceva parte di un gruppo per il quale anche lei lavorava. Per un attimo Milagro temette di essere perduta ma dal rispetto e dall’ammirazione con cui le si rivolgeva capì che la Cubana non avrebbe tradito né lei né la causa. In fila indiana le prigioniere avanzavano lente, a volte qualcuna si fermava, ma le carceriere avevano smesso le pungolarle, sapevano che con certe torture a loro inflitte era quasi impossibile camminare. La fila si fermò un’altra volta e la Cubana colse l’occasione per dire a Milagro:

Riconosco il corridoio… sono qui… i bambini sono ancora qui. Li ho sentiti quando mi portavano all’interrogatorio”

Dici davvero. Sei sicura di non sbagliarti…”

Ti dico che li ho sentiti. Tra poco li sentirai anche tu perché ci passeremo davanti”

La voce pareva sincera e desiderosa di poterla aiutare.

Non ingannarmi ti prego diventerei peggio delle nostre aguzzine…”

Pianse quasi Milagro per l’emozione.

Non ti inganno! Li ho intravisti… sono tutti insieme in quella stanza, quella con la porta verniciata di verde…”

Voglio vedere Maria Sole, hai qualche idea tu?”

Conta su di me” Intervenne Anita che aveva ascoltato.

Se tua figlia è ancora lì dentro io ti dico che farò di tutto perché tu la possa rivedere…” E, anche se lo pensava, non aggiunse “…per l’ ultima volta”

La Cubana, abituata alla lotta anche nelle più disparate situazioni, ideò un suo piano e ora che anche Anita era disposta a dare una mano le pareva accettabile. Con poche parole spiegò come bisognasse agire: occorreva essere decise, veloci e scaltre. Naturalmente il rischio era alto, le aguzzine erano a due passi con i loro duri manganelli pronte a sferrare colpi ed inoltre vigilavano anche i militari con pistole con il colpo in canna. La donna spiegò loro come fossero dislocati gli ambienti e gli ordini precisi a cui attenersi. A Milagro parve un’idea geniale data la situazione: nei pressi della stanza dei bambini, Anita avrebbe cominciato a vomitare e si sarebbe buttata per terra e Milagro per aiutarla l’avrebbe trascinata verso la stanza, correndo poi dentro alla ricerca della figlia.

Avete capito? Domande da fare?” Chiese la Cubana limitando le parole.

Credi che se troverò Maria Sole possa tentare la fuga?”

Domandò di rimando Milagro piena di speranza. La Cubana si strinse nelle spalle poi sorridendo le disse:

Se gli Dei sono dalla tua parte… chissà…”

Così, poco dopo, mentre lentamente si stavano avviando all’uscita, nei pressi della porta verniciata di verde, Anita s’infilò due dita in gola e, rimettendo bile e catarro, cominciò a muoversi sconsideratamente creando scompiglio nella fila. Fu un attimo, Milagro, fingendo di sorreggerla, la prese per le braccia trascinandola verso il luogo che voleva raggiungere. I conati di vomito e i gesti scomposti di Anita fecero accorrere la prima carceriera con un manganello in mano pronta a colpire. La Cubana senza darlo a vedere tese il piede facendola stramazzare a terra dolorante. La caduta era stata davvero rovinosa, si rallegrò e l’infortunata cominciò a gridare per il dolore ma più forte gridava la Cubana:

Una carceriera è caduta, forse si è rotta una gamba… una barella, una barella fate presto…”

Dallo stanzone dove erano rinchiusi i bambini, uscì incuriosita una delle guardiane. Una prigioniera dalla fila la sollecitò

“Presto sta male soccorretela”

Anche la ferita chiedeva aiuto e la collega si avvicinò per prestarle soccorso, si chinò su di lei mentre le altre prigioniere furono svelte a fare barriera gridando e spintonando. Nel parapiglia generale Milagro entrò nella stanza, ebbe la presenza di spirito di chiudere la porta alle sue spalle, vi si appoggiò perché sentiva che le forze la stava abbandonando. Restò ferma immobile prendendo fiato mentre con gli occhi guardava quei bambini vestiti con dei grembiuli tutti uguali. Nel corridoio continuava a regnare il caos. Le giungevano le grida di dolore della carceriera, i conati di Anita, le richieste di aiuto della Cubana che mostrava ora tutto il suo addestramento e la sua lucidità nel gestire situazioni terribili. Sì, era scaltra e ben preparata davvero: teneva la carceriera immobilizzata in una posizione che accresceva il dolore mentre dava l’impressione che la difendesse dagli attacchi delle altre prigioniere che, istruite da Anita, si davano da fare. Nello stesso istante alcuni visetti si voltarono verso la porta e lei la vide, la vide: sua figlia era lì. Maria Sole era lì, infagottata in un grembiule più grande di lei, buffa e bellissima con gli occhi verdi che le brillavano mentre allungava le braccia verso la madre. Milagro la prese, la tirò a sé e poi come una furia e come in un volo verso la libertà si diresse verso la porta posta di fronte a quella da cui era entrata in una folle corsa piena di speranza. Sapeva, perché la Cubana glielo aveva detto, che quella porta dava su di un corridoio che portava all’esterno. Era una questione di secondi, se avesse raggiunto la strada qualcuno l’avrebbe vista e forse si sarebbero salvate. Erano nel sotterraneo, occorreva salire in fretta la scala e poi fuori, fuori da lì…Di questo s’illudeva quella giovane mamma, sola disperata, torturata, spinta soltanto dal primitivo desiderio di proteggere la figlia, mentre sapeva che alle sue spalle i manganelli delle megere si sarebbero abbattuti, con inaudita violenza, su Anita e su tutte le altre. Milagro aprì la porta, c’era un corridoio, vide laggiù in fondo una scala, il pensiero di Anita e della Cubana che stavano soffrendo per aiutarla le diede ancora più forza e determinazione. Raggiunse la scala con la figlia in braccio e cominciò a salire uno, due, tre scalini… Là in cima una porta, oltre a quella la libertà per Maria Sole e per lei. La porta si aprì, apparve un militare con una pistola in pugno, mentre da sotto altri due sbucati dal nulla urlavano:

Matala, matala a hora…”

Non ci fu bisogno di insistere, chi le si parava davanti non ebbe bisogno di ordini, puntò l’arma, prese la mira e fece fuoco una, due, tre volte. Negli occhi della giovane donna di Rosario l’ultima immagine fu un lampo di fuoco uscire dalla canna di una pistola. Istintivamente gridò “Bruno“ stringendo la piccola a sé. Maria Sole impaurita si aggrappò ancora di più al collo della sua mamma e la chiamò due volte. Il bel viso di Milagro cambiò espressione nello stesso istante in cui, proprio sulla sua fronte, germogliava un fiore vermiglio, un tragico fiore che dilatava i suoi lunghi petali sulle guance della bella moglie del console italiano. Colpita a morte Milagro si accasciò rotolando giù per le scale insieme alla sua bambina. Le prigioniere che erano all’inizio della fila furono le prime ad accorre assieme alle aguzzine e ai militari. Quello che videro era straziante: una giovane donna che teneva stretta a sé la sua bambina, una bambola inerte, con il visino coperto dal sangue della sua giovane mamma, la bella ragazza di Rosario che donava la vita alla causa della resistenza contro la dittatura, nella speranza di una vita felice, non solo per lei, ma per tutti. Milagro, in un ultimo sussulto, strinse ancora la piccola Maria Sole al suo seno e pronunciò le ultime parole per chi aveva tanto amato e che aveva seguito per convinzione certo, ma anche e soprattutto per amore:

Bruno…”

Anita non era accorsa, era morta sotto i colpi delle guardiane con la speranza che Milagro fuggisse con la sua bambina. Un calcio ben assestato le aveva spappolato il fegato. La Cubana invece, dopo aver sistemato la carceriera, nella confusione generale, era sgattaiolata via seguendo Milagro. Attraversata la stanza dove erano i bambini aveva imboccato di corsa il corridoio. Vide Milagro salire la scala udì tre spari e il corpo di Milagro rotolare giù con la sua bambina stretta al petto.

La faccia era una maschera grottesca. In quel momento sentì la voce di Milagro pronunciare per l’ultima volta un nome “Bruno” con un tono di voce che non avrebbe mai dimenticato. Ma non poteva restare lì, alla sua destra c’era una porta, l’aprì e si trovò nei garage. Dopo gli spari assordanti ci fu un breve attimo di silenzio seguito dalle voci concitate delle aguzzine e dalle urla delle prigioniere che piangevano così la morte di una compagna. Gli Dei avevano fatto la loro scelta, lei, la Cubana, forse era libera. Forse, ma non era quello che avrebbe voluto per lei soltanto.

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