La venezia livornese

La Venezia livornese

La Venezia livornese è un quartiere di una città che ne ha riempito la vita, di un popolo che nei suoi figli, fossero ricchi o poveri, esprimeva lo stesso carattere, la stessa generosità, e lo spirito ribelle all’ingiustizia e alla sopraffazione. In quel quartiere c’era (c’è?) l’essenza vera della livornesità, di una comunità cioè nata dalla mescolanza di gente e culture diverse, tolleranti, liberi, senza pregiudizi etnici o di censo. Un popolo, il livornese con il dono della risata facile, della comprensione immediata, di ironia che si sprigiona come normalità, il gusto dell’eccesso e del paradosso, dello scherzo, nello sfottò bonario, ruzzaione e nella staffilata di una parola che descrive colui che colpisce con la precisione di un Guglielmo Tell che scaglia il dardo. In Venezia queste erano ed in parte lo sono ancora le caratteristiche esaltate della livornesità espressa con la lingua madre, il vernacolo, nata dalla fusione del ‘dialetto’ toscano col Bagitto ebreo e con la lingua marinara mediterranea, parole che possono descrivere mille soggettività con il solo tono della voce, sempre largo, aperto invitante. Qualcosa di veramente magico.

In Venezia, il quartiere che era il più bello ed il più storico della città, la gente viveva in comunità; era un’abitudine popolare assai diffusa nella città, ma in questo quartiere angiporto vivevano personaggi unici (ma tutti avevano la loro caratteristica), sempre inclini alla ribellione dai soprusi, generosi e impulsivi come nessun altro, incapaci, di tenere la bocca chiusa, incapaci di tenere rancore ed orgogliosi della forte identità. D’altra parte l’origine di questa gente fiera e combattiva che si sentiva popolo derivava da una cultura genetica formata nel crogiolo di razze ed etnie, dalle quali erano schiumati pirati, avventurieri, mercanti, marinai, filosofi, letterati, musici, rivoluzionari, santi, facchini del porto….

La Venezia, era il regno fatato di bimbi e ragazzi, l’asilo più bello delle loro fantasie e quel lungo spazioso viale Caprera, realizzato con la copertura di uno dei Fossi (ora riaperto) che incorniciavano la bellezza del quartiere, era una immensa arena per i giochi di ogni giorno: ghinè, trottola e tamburello in cui frotte di ragazzini si cimentavano sul largo viale, sotto lo sguardo bonario delle mamme affaccendate dei facchini e dei navicellai che stazionavano sul ponte, seduti sulle spallette o davanti alle botteghe ed alle fiaschetterie. Eppoi c’erano i Fossi, incantati corsi d’acqua sui quali si specchiavano i grandi casamenti dove si viveva caoticamente, fra chiacchiere, grida, panni stesi alla finestra, odore di aglio, di pesce fritto o di Cacciucco canti e baruffe. Scene quotidiane spezzettate dalla prua dei navicelli che lentamente solcavano le acque dei Fossi, tra Via del Refugio, Via delle acciughe, Via Borra…. transitando sotto le finestre di quelle case popolari in silenzio rotto solo dai navicellai che si davano la voce incrociandosi i prossimità degli scalandroni per caricare o scaricare le merci. I navicelli, grandi barconi neri, per il catrame spalmato sulle fitte intercapedini, venivano ormeggiati dovunque vicino agli scalandroni e si trasformavano in nascondigli sicuri per i giochi dei bambini, imprendibili fortini quando facevano la guerra ai ragazzi degli altri rioni. La bellezza delle stradine, dei vicoli stretti e tortuosi come budella, laddove i calafati impegnati intorno ai navicelli da riparare o in costruzione, permettevano ai ragazzini di calarsi nell’acqua ancora azzurra allora per fare il bagno nei dolci pomeriggi estivi avviati al tramonto di quei tramonti “più belli del mondo” con l’orizzonte rosso il profilo della Gorgona e della Capraia e lo stagliarsi delle torri della Meloria.

Dall’Erta degli Arrisi’atori, il punto più alto del quartiere si vedeva uno spettacolo unico con il Sole che calava oltre il porto, in una autentica sinfonia di colori, da lì in piedi su quella specie di cassero da antica nave, s’ammirava il tramonto livornese, mentre Venezia brulicava di gente: le donne coi grembiuloni ai fianchi e la pezzola in testa, intente alle loro chiacchiere davanti ai portoni delle case, mentre le pentole cuocevano borbottando le magre cene. I facchini del porto e i navicellai, davanti alle Osterie discutevano della giornata di lavoro appena trascorsa, il loro straccio di giacca tenuto a tracolla e la berretta rincalcata sul capo. Anche i carbonai, neri come usciti dall’inferno, prima di tuffarsi nelle acque del Fosso o nella tinozza di casa, si fermavano a chiacchierare e dare sollievo alla gola con un paio di gotti di vino rosso, mentre i bimbi si rincorrevano gridando per la strada. Qua e là, qualche giovane donna, levava i panni stesi durante il giorno, cantando uno stornello.

Una Venezia che la guerra ha spazzato via e che la notte del 28 Maggio 1943, si frantumò sotto l’assalto senza fine delle superfortezze americane ed inglesi come a punire chi colpa non aveva e che, anzi, era stato forte ribelle e combattente di chi quella guerra aveva scatenato.

La Venezia era ‘rossa’ e più che rossa (qui nacque nel 1921 il Partito Comunista d’Italia) era ribelle, anarchica, libera!

Oggi, quasi al termine della mia vita immagino con la mente la scena familiare che avrei dovuto vivere nel rione amato, come un ritratto antico con l’effige di mio padre, appena conosciuto e le lacrime mi inumidiscono ancora gli occhi ormai stanchi. Io non ho conosciuto la Venezia magica quella vera ed eroica che ha fatto grande Livorno, troppo presto in quel porto tanto amato il mio babbino lasciò la vita strappando anche me dalla mia Livorno da ‘quella’ Livorno. Le sue case, si affacciano ancora e per sempre tutte sui Fossi, allora percorsi dai navicelli, barconi neri ed enormi di legno e catrame trasportavano incessantemente le merci scaricate o da caricare sulle navi.

Il loro procedere lento e silenzioso dava loro l’aspetto di giganteschi fantasmi, ma quando arrestavano il loro andare davanti ad uno dei magazzini affacciati direttamente sulle acque calme dei Fossi, iniziava l’attività frenetica dei facchini, percorrevano quelle liquide strade ad andatura lenta, scivolando con abilità tra la selva degli altri barconi ormeggiati alle alzane e agli scalandroni dove si affacciavano numerose, le bocche nere delle cantine, immensi magazzini dalla splendida architettura interna. Affrontavano le curve, grazie al massiccio timone ch’era leggero come una piuma, transitando sotto i ponti come enormi animali al rientro nei covili, quando il sole cala dietro l’orizzonte.

La sera, ogni attività cessava per dare spazio ai preparativi della cena, al gotto di vino rosso bevuto nella fiaschetteria insieme ad una fogliata di acciughe sotto il pesto, zerri e baccalà fritti o fagioli con la cipolla rossa e alle ultime chiacchiere delle donne sui portoni delle case. Anche durante la giornata, se c’era stanca in porto, molti di quei massicci battelli rimanevano all’ormeggio, ancorati l’uno vicino all’altro e diventavano il teatro dei giochi di tutti i ragazzini della Venezia.

Le famiglie più note della Venezia Livornese

-Agretti-Andolfi-Arneri-Baldi-Balleri-Barbieri-Bargellini -Barsanti-Betti-Biliotti-Bitossi-Bois-Bonaldi-Bracci-Brogi-Brondi-Brucioni-Caleo-Canessa-Cardo-Catanzano-Chelli-Cingolani-Colombini-Corradi-Corradini-DelCorona -Delfino-Doria-Fanelli Fontana-Formigli-Gallinari-Gazzoli-Giandolfi-Giari-Grossi-Guantini-Guidi-Lavoratori-Lenzi-Lomi-Lorenzini-Lotti-Magagnini-Magnani-Marconcini-Mazzaranghi-Miniati-Natali-Neri-Norfini-Nosiglia-Pampana-Pedani-Piccini-Pierini-Politi-Porri-Romanacci-Rondina Rossi-Salvadori-Sarti-Savi -Scardigli-Scola-Secchi-Sgaraglino-Sighieri-Soriani-Suardi-Trocar-Vannucci-Vivaldi-Voliani-Volpi

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