La tecnica e il nostro tempo

Giunto all’autunno della vita, curiosamente, mi viene un forte desiderio di immaginazione del futuro, quasi che la mia coscienza avesse bisogno di sapere cosa lasceremo e quale sarà il futuro a venire; però grafici ed andamenti, leggi naturali e forzature fantastiche mescolandosi fra di loro ne aprono mille e più di scenari rendendo vano lo sforzo.

Ciò di cui invece la mia coscienza prende sempre più atto è che ho avuto la ventura di vivere un momento della storia umana incredibilmente vario, ricco, fantasticamente accelerato.

Oggi si è separato il sesso dall’amore, il sesso dalla procreazione, la memoria è diventata elettronica ed eterna, possiamo comunicare con tutti in qualunque parte del mondo altri siano, possiamo modellare il nostro corpo a piacimento, le malattie sono vinte o stanno per esserlo: incredibile ed inimmaginabile solo fino a pochi decenni fa. Il pensiero corre veloce agli che ho vissuto con i miei nonni da tre a undici anni ed a come era la quotidianità allora, raccontarlo a mio nipote sa di racconto di favola…

Ogni giorno un nuovo evento ci stupisce e ci confonde, uno più imprevedibile dell’altro, ultimo per adesso, la clonazione umana! L’evento si colloca al limite tra la scienza e fantascienza, un limite dove sembra farsi sempre più evanescente la linea di confine.

Ci potremmo anche congratulare con noi nell’assistere alla nostra capacità di realizzare sogni che nei secoli hanno esaltato la mente dell’uomo; ma le cose secondo me non stanno cosi, perché negli ultimi decenni del secolo scorso si è verificato un profondo capovolgimento nel rapporto tra l’uomo e la tecnica. L’uomo, inteso come sua elite più avanzata e la tecnologia di cui dispone hanno invertito i ruoli, nel senso cioè che sembra che la tecnica proceda a partire dalle proprie potenzialità, prescindendo dalle finalità che gli uomini si propongono.

Dovremmo forse dire ovviamente, perché la tecnica non ha e non può avere un anima, uno scopo, come invece da sempre ha avuto l’uomo.

L’imperativo della tecnica è che si può fare tutto ciò che si può fare e sembra che l’uomo non abbia o non abbia ancora strumenti per impedire di fare a chi può fare. C’è un mezzo per impedirlo? possiamo impedire che ciò avvenga? me lo chiedo ma non trovo risposta anche se provo ad attingere alle nostre più profonde risorse umane, quelle risorse cioè che ci hanno permesso di essere animali speciali con la coscienza di esistere; politica, morale, mito, religione, etica e cosi via.

La politica? Non mi sembra che possiamo impedire alla tecnica di autoespandersi anche contro il volere dell’uomo con la politica, perché la politica da tempo rimette le sue decisioni all’economia e questa si muove tenendo conto delle disponibilità tecniche per cui il luogo della decisione è sempre meno la politica e sempre più l’economia, cioè la tecnica.

La morale? anche la morale non mi sembra che lo possa impedire, né quella cristiana che guarda alle intenzioni degli uomini, né quella laica che guarda alle finalità che gli uomini si propongono.

Né, la politica, né, la morale cioè le nostre più forti molle interiori sono all’altezza nell’età della tecnica perché la tecnica non ha scopi e quelle che noi interpretiamo come sue finalità altro non sono che suoi effetti cioè i risultati inevitabili delle applicazioni delle sue procedure che permettono di fare ciò che si può fare.

L’unico scopo che la tecnica persegue, a prescindere, è il suo autopotenziamento sulla base che si deve fare quello che si può fare. Nel secolo scorso per controllare l’autoespansione della tecnica alcuni proposero una etica della responsabilità secondo la quale bisognava assumere come criterio dell’azione, non l’intenzione di chi agisce, ma l’effetto della sua azione.

Cioè, non importa che intenzioni avevi nel compiere quella azione, che hai compiuto, dato che la realtà che si è manifestata ti pone davanti alle tue responsabilità; ma poi si era rafforzato il concetto che questo andava bene qualora, gli effetti delle azioni fossero prevedibili, altrimenti, non potendo prevedere gli effetti delle azioni, non ci sarebbe potuta essere responsabilità.

Il fatto è che la scienza e la tecnica, per loro natura, possono produrre effetti imprevedibili, dischiudendo sempre nuove frontiere; effetti che molte volte non si erano proprio proposti o perseguiti ma che risultano come sottoprodotto, diciamo cosi, di laboratorio.

A fronte di questi risultati imprevisti, inattesi e non proposti, cosa possono fare l’etica religiosa, quella laica e quella della responsabilità delle azioni?

Potrebbero solo chiedere, a chi può, di non fare ciò che può fare, di fermarsi, di tornare indietro, ma questo sembra essere assolutamente improponibile perché è di antiumana natura e francamente illusorio e patetico, nessuno rinuncia al proprio potere, al proprio autopotenziarsi.

Questo è il passaggio epocale che mi sembra stiamo vivendo, fino a qualche tempo fa la storia ha vissuto e conosciuto la tecnica come quel fare operativo, manipolativo che non essendo in grado di incidere sui grandi cambiamenti della natura e della specie, era circoscritta in un orizzonte che rimaneva stabile ed inviolabile.

Oggi anche quell’orizzonte ed il suo spostamento rientra nella possibilità della manipolazione della tecnica il cui potere di sperimentazione è senza limiti, perché, a differenza di quanto accadeva agli albori dell’età moderna dove la sperimentazione scientifica avveniva in laboratorio e quindi in un mondo artificiale e distinto, separato da quello naturale dell’evoluzione.

Oggi il laboratorio è diventato coestinsivo al mondo, in un tutt’uno con il mondo ed è difficile o impossibile continuare a chiamare sperimentazione ciò che modifica in modo irreversibile il mondo della natura e quello umano.

Quando le condizioni poste per ipotesi lasciano effetti irreversibili, non è più possibile continuare ad iscrivere la tecnica nel giudizio ipotetico che ha come sue caratteristiche la problematicità, la reversibilità la provvisorietà, la perfettibilità, ma occorre inscriverla nel giudizio storico epocale che tra i giudizi è il più severo perché ciò che è accaduto una volta è accaduto per sempre ed in modo irrevocabile.

In questa situazione ci dobbiamo chiedere : se l’uomo non esiste a prescindere da ciò che fa, cosa diventa l’uomo nella prospettiva dell’orizzonte della sperimentazione illimitata e della manipolazione senza limiti dovuta al sopraggiungere dell’età della tecnica?

Io credo che tutti noi dobbiamo porci questa domanda che certamente è una domanda di grande attualità; tra qualche anno, lustri o decenni, sarà forse una domanda retorica e ciò dipenderà anche dalla risposta che daremo oggi a questa domanda, perché la tecnica e la tecnologia pongono l’uomo di fronte ad una situazione nuova, ad un mondo che si presenta come mondo dell’illimitata manipolazione.

La natura stessa dell’uomo non può essere pensata come si relazionava, fino ad ora, in un mondo che è poi il mondo esistito e narrato dalla storia e cioè con il suoi limiti invalicabili e fondamentalmente immodificabili.

La conquista dello spazio extra terrestre, la capacita della modifica genetica degli animali e delle piante, la trasmissione di dati, informazione e notizie che annullano la barriera spaziale e geografica sono buoni esempi dell’illimitato orizzonte che sembra dischiudersi a cui va aggiunta la stessa capacità di clonazione umana in una sorta di vita senza più la morte. Io non credo che, oggi, l’umanità sia all’altezza dell’evento tecnico da essa stessa prodotto, e, forse, per la prima volta nella storia, la sua sensazione, la sua percezione, la sua immaginazione, il suo sentimento, si rivelano inadeguati a quanto sta accadendo che è pur frutto degli eventi da lei promossi.

Sembra che la capacità di produzione tecnica, che per definizione con il suo autopotenziamento è senza limiti, abbia superato la capacita di immaginazione dell’umanità, che non può essere senza limiti e che comunque non ci consente più di comprendere e considerare nostri gli effetti che l’irreversibile sviluppo della tecnica è in grado di produrre.

Sembra che, quanto più si potenzia l’apparato tecnico, tanto più si ingigantiscono i suoi effetti, e tanto più si riduce la nostra capacità di percezione, in ordine ai processi, ai risultati, agli esiti, per non dire degli scopi di cui siamo parti e condizioni.

Siccome di fronte a ciò che non si riesce ad immaginare, né a percepire, il nostro sentimento diventa incapace di reagire, al nichilismo della tecnica di fare senza scopo, si aggiunge il nichilismo nostro, perché il nostro sentimento di reazione si arresta alla soglia di un certa capacità di comprensione ed immaginazione.

Diventiamo una sorta di analfabeti emotivi e reattivi che assistono all’irrazionalità di un agire, che scaturisce da una perfetta razionalità, quella della produzione tecnica che cresce su se stessa al di fuori di qualsiasi orizzonte per noi percepibile e senza un senso.

La tecnica nel nostro tempo, ha finito col sottrarci ogni possibilità anticipatrice e con essa quella responsabilità della padronanza che deriva dalla capacità di prevedere ed immaginare; in questa incapacità, io credo, che per l’uomo si nasconda un pericolo gravissimo, forse mortale, perché la tecnica, da condizione essenziale dell’esistenza umana si traduce in causa dell’insignificanza del suo stesso essere. Forse fino a perdere lo scopo dell’esistenza?

Ciò che sembra paventarsi, oggi, nel 2002, è l’arrivo ad un punto della storia forse irreversibile, giunti al quale, invece di chiederci cosa possiamo fare con la tecnica, saremo costretti a chiederci, cosa la tecnica farà di noi.

La clonazione umana, attivata e perfezionata renderà ineludibile e drammatica questa domanda. In questo tumulto, di cui io avverto i fremiti e di cui mi sento inetto testimone, sono pervaso da due sentimenti antagonisti e ciò dal desiderio, illusorio, che l’uomo fermi tutto e da opposto sentimento che l’uomo, cioè, acceleri il processo fino al suo destino finale, quando liberato dagli ultimi freni del mito, delle religioni, della morale, dell’etica e della utopia, raggiunga uno stato di perfezione e di finale evoluzione del suo stato, oggi appunto inimmaginabile.

Ciò che è difficile e doloroso, come sempre è il momento di passaggio, la transizione e non lo stato finale raggiunto. Tutta questa sofferenza io, però, non la vedrò… peccato !

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