Essere anziano oggi

I cambiamenti sociali, avvenuti nel corso degli ultimi decenni, hanno come velocizzato i nostri tempi del vivere.

Oltre a questo a sfavore delle generazioni degli anziani o meglio sarebbe dire vecchi, senza timore di sentirsi fuori dal coro, sono l’inevitabile solitudine e la inevitabile fragilità fisica, che determinano l’involuzione psicologica.

Tutto agli anziani rende difficile l’adattamento alle novità, e questo genera in loro un sentimento di estraneità, e spesso un naturale atteggiamento di rifiuto nei confronti di qualsiasi novità o innovazione tipico dell’età avanzata. Max Weber ”Una volta gli uomini morivano sazi della vita, oggi muoiono stanchi”.

Del resto la vecchiaia è, connotata da un’idea dell’anzianità che si è generata ed incrementata negli ultimi anni e che rendono più fragili i rapporti con una società che sotto tutti gli aspetti ha ormai etichettato l’anziano quale elemento di sovrannumero. La condizione comune di vecchio, crea imbarazzo. Per essere accettato, per ottenere qualche consenso o una minima cortesia, o rivendicare propri diritti, o semplicemente non dare fastidio ed irritare, l’anziano, il vecchio, si deve muovere quotidianamente con prudenza ed in modo accorto, ma cosi sfiancato e stanco, perde quella creatività che gli consentirebbe di produrre idee, avere interessi e quindi di sconfiggere la solitudine e l’isolamento sociale ed affettivo.

La vecchiaia, è diventata uno stile di vita imposto dagli altri, cioè da una società che non concede spazio espressivo se non limitato e che se oltrepassato, l’anziano è giudicato disordinato, sciatto, arteriosclerotico oppure ambizioso, vanitoso, giovanile a tutti i costi, e pertanto ridicolo.

Ma l’uomo è un animale culturale, consapevole di dover morire e questo genera in ciascuno di noi quando si supera una certa età una sorta di sofferenza psichica, un disagio dell’anima, perché a differenza degli altri esseri viventi l’uomo conosce quale sarà l’esito finale della vita. Eppure la saggezza popolare ci ricorda che “il cuore non invecchia mai”. Ebbene, quante esigenze affettive ricevono risposta, una volta superata una certa età, consentendo quel ricambio emotivo con il mondo che è poi la prima condizione perché una qualsiasi esistenza si senta giustificata?

Lo stesso mantenimento cognitivo è strettamente condizionato dall’accettazione emotivo-affettiva, e se questo vale per gli adolescenti, vale ancor più per gli anziani, il cui potenziale cerebrale si deteriora non tanto e solo per decadimento biologico, quanto per interruzione dei flussi affettivi. L’efficienza cognitiva diminuisce quindi man mano che vanno scemando le risposte emotive.

Le trasformazioni socio-culturali degli ultimi trent’anni hanno visto prendere piede la contrapposizione tra possibile ed impossibile, per cui la misura del rapporto tra individuo e società non è più contrassegnata dalla docilità e dall’obbedienza disciplinare, ma da iniziativa, progetto, motivazione, risultati, che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé.

In uno scenario sociale dove non v’è più regola, né divieto e tutto è consentito, per l’anziano tutto si riflette in un senso di insufficienza per ciò che potrebbe fare e non è in grado di portare a termine secondo le attese altrui. E’ per quel fare o non fare che ciascun anziano misura il valore di se stesso. Spesso questo determina cosi ansia, insonnia, inibizione e fatica di essere se stessi o ciò che si vorrebbe essere.
Se prima, in altri tempi, la regola era fondata sull’esperienza della colpa e della disciplina interiore adesso la ritroviamo esclusivamente sulla responsabilità individuale, sulla capacità di iniziativa, di autonomia nelle decisioni e nell’azione. Il valore morale della persona viene oggi cosi, incredibilmente, riposto nella realizzazione di fatti, cioè di cose concrete e
spesso in molti anziani questo stato d’animo si configura non soltanto come perdita della gioia di vivere e come sentimento di tristezza, ma addirittura come patologia dell’azione e una perdita dell’iniziativa.

La causa è il fallimento della responsabilità e del mancato sfruttamento di quella che sarebbe potuta essere una opportunità. Si fa così riferimento, non tanto a ciò che è permesso, ma a ciò che è possibile. E la domanda interiore che ha per predicato un comportamento qualsiasi, non assume per verbo “ho il diritto di…”, ma piuttosto “sono in grado di…compiere una determinata azione”.

Una vita vissuta a propria insaputa è priva di senso. Eppure è questo a succedere in Occidente, dove le categorie dominanti sono quelle della funzionalità e dell’utilità. L’idea che la nostra cultura si è fatta della vecchiaia è quella di un tempo inutile. Grazie ai progressi della medicina ed ai servizi sociali più efficienti sopravvive una schiera di umanità paradossale, paradossi viventi, sospesi come in una zona crepuscolare di cui la società non capisce lo scopo. Gli anziani, i vecchi, non servono a nulla se non a consumare, in senso mercantile capitalistico. In una evidente contraddizione però la società si dà da fare per ridurre le cause dell’invecchiamento o per ritardarne per lo meno l’arrivo, cosi che i costi sociali, dalle pensioni all’assistenza socio- sanitaria, sovvertono il ritmo produttivo delle società più avanzate tecnologicamente, le quali si trovano impreparate di fronte ad una nuova lotta di classe (generazionale) imprevista, differente da qualunque altra sostenuta in precedenza, come quella perpetrata dalle ideologie forti,ormai crollate.

Gli anziani sono destinati a sentirsi esclusi in una società nella quale “si è ciò che si fa” e “se non fai niente sei una nullità”. Li si taglia fuori quando non possono sperare in una qualsiasi occupazione e la perdita di identità che ne consegue equivale al totale disorientamento. Viviamo una fase storica dominata dalle ragioni del mondo economico. E ragioni contraddittorie sono quelle che vedono, da una parte, come all’anziano si offra una prospettiva di vita sempre più lunga, mentre, dall’altra, gli si tolga il senso stesso dell’esistenza, poiché per lui non c’è nulla, e nessuno lo vuole. Da qui il senso di impotenza, insufficienza, inutilità.

L’umanità è nata con un concetto di gruppo. Lévi-Strauss afferma che l’espulsione dal gruppo equivale all’inesistenza, alla morte civile, se non addirittura a quella vera e propria. I greci parlavano in termini di “polis”, e solo col cristianesimo e la credenza nell’anima, nasce la nozione di individualità.

Per noi occidentali ormai, con la vittoria del capitalismo, concepiamo la vita come luogo del reperimento del senso, è tragico confrontarci con l’età della tecnica che annulla ogni visione del mondo. Ci viene imposto di garantire una prestazione perché alla tecnica interessa che ci siano degli esecutori efficienti di azioni già codificate. Non interessano le loro identità e tanto meno la loro creatività, perché ciò che conta soprattutto è la sostituibilità degli operatori. Quando ci confrontiamo con gli altri non lo facciamo in quanto noi stessi, ma in quanto svolgiamo una certa funzione e parliamo con forme linguistiche formalizzate ed ordinate alle prestazioni. In quanto prestatori di funzioni/consumatori, non siamo mai realmente chiamati in causa, non è in gioco la nostra soggettività. Le nostre identità ne risultano compresse. Prima ancora di cominciare ad ascoltare sentiamo la necessità di affermarci come “Io”.

L’altro tende a non esistere, è solo uno spettatore, ma anche la conferma dell’esistenza nostra. La relazione che si stabilisce è così asimmetrica. Siccome nel pubblico siamo funzionali, nel privato l’identità si esprime in forme parossistiche. Un “io” sano avrebbe bisogno della mediazione sociale, delle diluizioni dello scambio interpersonale, perché l’identità si costruisce attraverso il riconoscimento esterno. Ma il sociale attuale ci riconosce soltanto in termini di efficienza, di carriera, di successo, di ricchezza, tutti concetti ‘capitalistici’ che hanno creato inevitabilmente una società narcisistica che stimola comportamenti perversi. L’attuale fase storica, con la sua intensificazione dei ritmi, la crescita della concorrenza, i metodi di management, fatto apposta per stimolare l’individualismo e la visibilità, esaspera la parte perversa narcisistica che tende ad annientare ogni reciprocità e simmetria, preferendo l’apparenza, intollerante verso la debolezza. Conta mostrarsi, brillare, essere in forma, ai vertici. Quelli che non ce la fanno, gli anziani in particolare che arrancano di fronte ad un mondo che imperativamente sostiene che bisogna riuscire in tutto, non possono che essere depressi, emarginati: Inutili.
James Hillman dice che il fine di invecchiare è quello di svelare il nostro carattere, che ha bisogno di una lunga gestazione per apparire in tutta la sua peculiarità. Mentre Socrate, nel dialogo con Cefalo, il quale descrive la vecchiaia come causa di tutti i mali, ribatte che, al contrario, la causa non è la vecchiaia, tutt’al più il carattere dell’individuo. Ma in un mondo che ha messo il denaro al posto di Dio e lo ha fatto diventare unico riferimento sociale, individuale e ’generatore di felicità’, c’è posto per gli anziani? c’é posto per i vecchi??

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2 pensieri su “Essere anziano oggi

  1. Analisi perfetta che segue a una profonda riflessione sull’argomento che coinvolge moltissime persone. Ma aggiungo per esperienza personale: come mai alle mostre, alle conferenze, a teatro si vedono solamante anziani? Sembra che i giovani “snobbino” tutto ciò che ha a che fare con la cultura, sanno tutto però sulla tecnologia, sulla telefonia, sull’informatica (l’unico programma che non conoscono quasi è word) e di questo si fanno forti. Ma non sono un po’ ignorantelli? Evviva gli anziani, onore a loro che malgrado le batoste che inevitabilmente la vita ha regalato loro sono ancora sulla breccia, malgrado gli inevitabili acciacchi tipo mal di schiena , varie ed eventuali. Ciao, Anna

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