Livorno mia

Livorno mia

La fondazione di Livorno è una delle più importanti operazioni culturali del Rinascimento. La città fu progettata da Bernardo Buontalenti, allora l’architetto più famoso che esistesse; fu disegnata a tavolino a differenza di tutte le altre città che nascono spontaneamente e man mano accrescono secondo criteri di espansione economica, militare o geografica. Cosi bella che diventò presto un modello di riferimento per altre importanti città che vollero espandersi e rimodellarsi.

Il centro di Mainz (Magonza) o un parco di Londra che riproduce l’impostazione della città labronica o, ancora, città argentine venezuelane ecc.

Fu concepita sicura, razionale, luminosa. Un pentagono munito di fortificazioni a Freccia (rivellini) a ogni angolo e circondata da un fossato d’acqua marina, come solo i castelli e le fortificazioni militari avevano visto sino allora. Un tracciato di strade con incroci ad angolo retto, scandendo nettamente gli spazi degli isolati.

L’antico villaggio dei pescatori fu inglobato; anche la Piazza d’Armi fu collocata al centro della città (oggi Piazza Grande) e divenne il luogo delle manifestazioni pubbliche, parate, mercati. Il quartiere commerciale era La Venezia nuova, che sorgeva sulle sponde del fossato,  con i suoi edifici limitrofi, depositi, opifici e magazzini d’ogni genere  che rendevano, ricca, pulsante, dinamica l’intera città, la gente che l’abitava e i visitatori delle “nazioni” straniere, che presto e numerose avevano messo la sede nel porto labronico. La Venezia nuova, com’era il nome ufficiale o più semplicemente, “Venezia” come la chiamavano e continuano a chiamare i livornesi, era il cuore pulsante, è li che se si vuole andare a cercare la “nobiltà” dei livornesi, bisogna andare: Nobiltà stracciona, ma sempre nobiltà di fondatori e di livornesi veri.

Utilizzando i Fossi, la merce era sbarcata direttamente sulle rive e Venezia assunse il ruolo di naturale prolungamento del porto, per gli scambi valutari e merceologici.

Le strutture portuali furono immaginate e realizzate imponenti e funzionali. Reti di fognature, fontane, riserve idriche per le navi, servizi di traghettamento per i bastimenti, un nugolo di piccoli alloggi per i marinai e i mercanti, un grande e funzionale Lazzaretto (indispensabile per l’epoca) per la quarantena di chi poteva portare epidemie da terre lontane. Il Lazzaretto sorgeva dove ora inizia l’Accademia navale. La Darsena poteva ospitare fino a centinaia tra galeoni, galere, navi a vela, protette dai cannoni della Fortezza Vecchia e da quelli del Forte San Pietro. I livornesi, per meglio garantire i loro traffici commerciali, ripulirono il Mediterraneo dalle scorrerie dei corsari: La “Compagnia dei Cavalieri di Santo Stefano”, voluta dai Medici, distrusse le navi dei Saraceni più volte e furono anche 20.000 gli schiavi nei ‘bagni’ livornesi catturati dai Cavalieri di Santo Stefano. Molti di loro, rimessi in libertà, rimasero a Livorno contribuendo ancor più al carattere cosmopolita della città labronica. Livorno confermò anche in seguito la sua natura di città multi etnica e multi razziale, anticipando e di molto i fenomeni di fine secondo millennio.

Nel 1600 in “Venezia” vivevano anche famiglie persiane, armene e turche. Nel 1700 circa metà degli abitanti di Livorno era costituita da stranieri immigrati, portatori del sogno di libertà, tolleranza, voglia di fare. Ancora oggi “Venezia” ha conservato il profumo di quella Livorno. Rasa al suolo dai bombardamenti americani ed inglesi (devastante, crudele ed inutile sul piano bellico) quello del 28 Marzo 1943, con migliaia di morti.

Nel dopoguerra Livorno non ha più vissuto gli antichi splendori, e i suoi figli migliori hanno dovuto portare la “livornesità” altrove, quasi a compensare ciò che il mondo dette a Livorno nei suoi primi cent’anni di vita. Il villaggio iniziale era costituito da pescatori che battevano il mare tra la Meloria, la Capraia, l’Elba e le altre isole, per questo pagavano malvolentieri un tributo a Genova che, sconfitti i Pisani, avevano distrutto i vecchi porti e lasciato interrare gli scali, i moli, rubando in un certo senso anche lo spirito marinaresco delle antiche popolazioni. Ma qualcosa era rimasto. Ercole Labrone fu benigno e dal quel villaggio tra la torre del Marzocco e l’Ardenza sarebbe venuto il riscatto, e sarebbe stata innalzata ancora più alta la bandiera dell’animo marinaresco e dello spirito d’avventura. I Medici acquistarono il villaggio dai Genovesi per 100.000 Fiorini d’oro e ne fecero un baluardo inespugnabile, una città ammirata da tutto il mondo. Molte le comunità che fecero grande Livorno; gli Ebrei Sefarditi, cacciati dalla Spagna e dal Portogallo, che costruirono la più grande Sinagoga d’Europa. Vennero i marinai greci, per combattere i corsari. Vennero i mercanti inglesi e gli intellettuali come Shelley e Lord Byron soggiornarono a lungo nelle belle ville del Lungomare ardenzino-antignanese.

Dalla Francia arrivarono marsigliesi e provenzali, prosperò la nazione (comunità) fiamminga, gli olandesi interessati ai traffici marittimi, gli Armeni portarono sete, porpore pietre preziose, Mussulmani con la scienza e il commercio, Valdesi con il loro vangelo, i Siro-maroniti da Damasco e Aleppo. Nel 1600, il porto ospitava almeno settecento navi, provenienti da tutto il mondo. Si cucinava all’aperto e tutta la città profumava di spezie e tutti quelli che arrivavano contribuivano ad arricchire quel pentolone di culture, dialetti, usanze, che la città era diventata. Il Cacciucco, il piatto più tipicamente livornese, è la rappresentazione di questo continuo divenire crescere e cambiare, piatto di una tradizione povera, in cui molluschi, crostacei, pesci si fondono in un’incomparabile armonia di sapori. Livorno è una città formidabile. Oggi al “mercatino americano” non si fa più contrabbando, non ci sono più le “segnorine” a Tombolo; al “mercatino americano” i prezzi sono ormai normali e se compri ti danno anche le cartoline di garanzia (!), ma sui banchetti sono vicine le bandiere “stelle e strisce” e la foto di Che Guevara: Livorno è cosi!

Nel suo essere atoscana e nel suo essere cosmopolita, Livorno ha la sua ricchezza nel mare e nel “umano humus” che vaporizza in aria bollicine di vitalità: Vivere a Livorno è come vivere in una bottiglia d’acqua frizzante. Livorno vive per le strade, è qui che si fa tutti i giorni la ‘giratina’, cioè passeggiare, spensieratamente, guardandosi intorno con curiosità, senza scadenze temporali e senz’ansia. Il livornese esprime molto del suo essere nella parlata, larga, aperta quasi che esistesse una contrapposizione ideale tra la lingua italiana (toscana), colta e quella livornese che per valore lessicale, s’impone come linguaggio originale e in specie icastico, sarcastico, dissacratore, perché è la lingua di un popolo diverso, atoscano, plebeo, multietnico, gradasso, scialacquatore, anarcoide, arrogante, generoso, coraggioso per autoconvinzione, per superiorità filosofica nella visione del mondo, una filosofia più ancorata ai valori del corpo che della mente, opponendosi alla superiorità storica degli altri toscani, dei quali tutto sfotte e irride. Il linguaggio livornese rispecchia pienamente il vivere quotidiano, da sempre legato alla precarietà del mare e dei commerci, e alla visione gastro-ano-genitale che informa di sé la mente e la parlata della plebe, facendosi poi alta filosofia nei proverbi e nelle barzellette.

Girando per la Venezia livornese, i suoi ponti su’ Fossi, le piazzette, le stradine buie, mi assalgono i ricordi, le fantasie, i sogni; penso al passato di Livorno, a quel turbinio di gente diversa che l’hanno fatta diventare grande, al suo spirito di tolleranza e di libertà.  Penso e immagino la mia vita qui, come sarebbe stata, se…e vorrei incontrare chi mi sarebbe stato vicino nell’imparare a vivere.

Profumi, sapori, schiamazzi di una Livorno che non esiste più, ma che avrei voluto vivere. Gli Andolfi furono una famiglia storica in Venezia, un quartiere che esprime l’anima vera di Livorno.

Nella Venezia Livornese, dove dentro qualche portone, o all’angolo di qualche strada mio padre, ricambiato, faceva battere forte il cuore alla mia giovane mamma, sognava la sua famiglia, i suoi figli che sarebbero arrivati e livornesemente cresciuti.

Qui in Venezia è nato il Partito Comunista d’Italia, ci sono le carceri dei Domenicani, c’è il Pontino, dove si davano l’appuntamento gli innamorati, qui la Venezia era la casa di tutti e la vita si svolgeva più nelle strade che nelle stanze.  Anarchia e solidarietà, nobili e straccioni, vivaci, intelligenti, sbruffoni, senso di appartenenza, cosi sono i livornesi. Modigliani, Mascagni, cento altri artisti, pescatori, banchieri, marinai. Uomini coraggiosi sono vissuti qui in uno spirito unico di tolleranza. C’è ancora un po’ di quello spirito, in Venezia e la cucina Livornese, quella vera, ne è la continuità, cosi com’è rimasto nei proverbi l’antica saggezza popolana, che ancora si trova in Borgo Cappuccini, in Piazza Cavallotti, tra i portuali, o passeggiando, sul Voltone, la sera d’Estate.  Le donne e gli uomini, parlano a voce alta, senza paura, con spirito libero, con quella parlata, larga, cadenzata, dissacrante, sonora, dolce e violenta al tempo stesso, che sembra essere nata da un sangue troppo  rosso e vivo e che ha il gusto di parlare e di ascoltarsi, magari passeggiando intorno ai Quattro Mori, o seduti al bar Civili, andare a vedere le navi che arrivano e che partono, e la sera quando il Sole arrossa il tramonto, sognare di essere su quella che sta salpando dal porto. Livorno è stata grande, ma la sua attuale crisi non è ancora superata; per capire la storia della città basterebbe scattare due foto, lontane tra loro trecento anni. Dall’alto della Fortezza Vecchia, in un giorno qualunque del 1645 si sarebbero potute vedere centinaia di navi all’ancora caricare e scaricare merci e gente di ogni tipo. Il Libeccio faceva garrire le bandiere di cento nazioni e il giorno dopo, con vento più calmo molti velieri avrebbero ripreso il mare per altri scali lasciando la rada ad altre navi. In un giorno del 1945, dall’alto della Fortezza Vecchia semi distrutta dai bombardamenti si sente forte il Libeccio, che fischia tra le macerie del porto, le onde battono contro i resti delle banchine, schiumano sui relitti  e le rovine del porto sono anche le rovine della città. Anche per questo doloroso senso di martirio simbolico, amo la mia Livorno, le mie origini, la mia “livornesità”.

Livorno non si è ancora ripresa, ci vuole qualcosa di più, qualcosa che i livornesi hanno nei loro geni, coraggio, fantasia, forza e Livorno risorgerà ancora. Livorno ha col mare un intimo connubio, rispettoso, discreto, amorevole, per chi ci vive, ci viene per commerci, per visita. Livorno è nata internazionale, rifugio e meta di gente operosa, ancora oggi affascina chi vi sta un giorno o tutta la vita. Livorno nata in funzione del porto, dopo aver cercato oltre la propria identità come nei commerci e nelle piccole industrie, ha trovato un giusto rapporto tra la sua anima generosa e la sua mente estrosa.

Livorno ha monumenti distanti gli uni dagli altri, testimonianza di un passato multietnico, frutto di una cultura cosmopolita, tollerante e fiera. Si può mangiare ancora bene e tradizionalmente a Livorno, nelle sue strade si spande l’inconfondibile profumo dell’aglio e del prezzemolo che rendono la cucina forte e saporita con il suo celeberrimo “Cacciucco”, le triglie alla livornese, il riso al nero di seppia…. e nessuno può resistere al ponce al rhum. E’ la Mecca dei buongustai e solo allora ti rendi conto di essere in Paradiso, cioè a Livorno. Livorno ha nel suo cuore, il senso dello spettacolo popolare, il gusto della festa, il genio dello stare insieme, che esplode durante il “Palio Marinaro“.

Livorno ti affascina per la poesia del mare, il ritmo del porto, la mitezza del clima labronico, l’armonia dei colli.

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