Credere

CREDERE

 

Per un lunghissimo tempo gli uomini hanno convissuto con il Mito, una narrazione investita di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il mondo stesso e le creature viventi hanno raggiunto la forma esistente.

I suoi protagonisti sono Dei ed Eroi. Le vicende narrate nel Mito hanno luogo in un’epoca che precede la storia scritta. Per narrazione sacra io intendo che la stessa narrazione venga considerata verità di fede e che al Mito viene attribuito un significato religioso o spirituale.

Il Mito è la riduzione narrativa di momenti legati alla dimensione del rito, insieme al quale costituisce un momento fondamentale dell’esperienza religiosa, volta a soddisfare il bisogno di fornire una spiegazione a fenomeni naturali o a interrogativi sull’esistenza e sul cosmo.

Può darsi che le civiltà antiche abbiano considerato i loro Miti come la memoria di avvenimenti realmente accaduti, spesso legati all’origine stessa del mondo. Nell’interpretazione di Evemero, i Miti sono in effetti resoconti di avvenimenti storici, che però, nel loro essere tramandati di generazione in generazione, sono stati via, via sottoposti ad un insensibile procedimento fantastico, cristallizzando dettagli inverosimili e assumendo specifiche peculiarità simboliche. Per questo gli Dèi del Mito sono o possono essere stati, in realtà, antichi re e guerrieri che col tempo sono diventati leggendari o sono stati divinizzati. Di fatto la mitologia è stata anche considerata come un corpus di insegnamenti morali espresso in forma metaforica.

Poi, lentamente il Mito col passare delle generazioni ha assunto sempre più i connotati della favola….

Però ad un certo punto della loro storia agli uomini, o per meglio dire ad una elite di uomini il Mito non bastava più e circa 2500 anni fa un uomo chiamato Talete, che viveva a Mileto, una a città greca in Asia minore cominciò a non credere più nei Miti e nella cosmologia olimpica; qualcosa lo muoveva ‘sentiva’ che ci doveva essere qualcos’altro più vero del Mito. Nello stesso periodo un altro uomo chiamato Abramo che viveva ad Ur una città mesopotamica cominciò anch’esso a non credere più nei Miti e nella cosmologia Assiro-babilonese. Entrambi si chiedevano da dove proveniva l’Origine di tutte le cose. Prima di loro nessuno se lo era chiesto; tutti pacificamente ed in modo consolatorio si rifacevano a i Miti che spiegavano tutto.

Talete si chiedeva come poter fare, quale metodo usare per conoscere l’Origine di tutte le cose. Anche Abramo  desiderava conoscere l’origine di tutte le cose. Talete arrivò alla conclusione che l’unico mezzo che lui poteva utilizzare e che tutti gli uomini avrebbero potuto utilizzare, era la Ragione e cioè la facoltà per mezzo della quale, o il processo attraverso il quale, si esercita il pensiero. Una facoltà universale, da essere condivisa dagli umani.

Abramo invece “senti” la chiamata, senti la voce del Creatore che si rivelò e rivelandosi a lui si rivelò all’intera umanità che inondata dalla Fede, intesa come il credere in dogmi o assunti in base alla sola convinzione personale o alla sola autorità di chi ha enunciato, al di là dell’esistenza o meno di prove, avrebbero conosciuto Dio, l’Origine di tutte le cose.

Cosi nacque la filosofia, cosi nacque la Fede. Dopo Talete vennero i Filosofi, Anassimandro, Socrate, Platone, Aristotele.. Dopo Abramo vennero i Profeti, Isaia, Geremia, Ezechiele ed ancora, Gesù Cristo che si proclamo “figlio di Dio e Dio lui stesso” e Maometto che si dichiarò ultimo e più grande profeta dando origine a due nuove religioni, Cristianesimo ed Islamismo. Derivate entrambe dall’Ebraismo fondato da Abramo. Cosi 2500 anni fa avvenne la separazione tra Credenti e Non Credenti; ed ancor oggi è cosi; per comprendere l’Origine di tutte le cose o si usa la Ragione(ed i suoi derivati, scienza e tecnica) o si accetta la Fede (immutabile dalla rivelazione).

Altro l’uomo non ha saputo trovare per rispondere alla Domanda “Qual’è l’origine di tutto?“

Crescendo e vivendo la mia vita ho generato i miei pensieri e poi i miei pensieri hanno fatto la mia vita. Ho inseguito i miei pensieri per tutta la vita e loro mi hanno spostato sempre più in avanti l’orizzonte della vita.

I pensieri mi hanno aiutato ha tentare di capire il senso della vita e mi hanno condotto alla conquista della consapevolezza della mia vita: un nulla, un qualcosa di insignificante, un qualcosa di unico ed  irripetibile, un battito di ciglia tra l’eternità del nulla prima e l’eternità del nulla dopo. I pensieri mi hanno mosso, mi spingevano ad esplorare me stesso, i sentimenti, ad alimentare la mia ragione ad esplora il mondo. Vivere  e non esplorare la propria anima è come non averla. Vivere nel mondo e non conoscerlo è come non vivere! Cosi, son cresciuto, andando e soffrendo, amando e rischiando, sperando ed immalinconendomi, leggendo, studiando, emozionandomi, stupendomi della vita.

Ogni giorno, e giorno dopo giorno, continuamente, ho affrontato i mali dell’anima e del corpo ed i pensieri mi spingevano verso la necessità di affrontare gli ostacoli intellettuali e materiali; tutti sono stati affrontati. Vincendo e perdendo, consumando e trafilandomi l’anima, ho affrontato il mistero della vita. Ogni volta superarne una difficoltà è stata una fatica immensa, un dolore incredibile. Superare un ostacolo, ha significato apprestarsi ad affrontare il successivo con un impegno che aumentava sempre più, perché ogni volta l’ostacolo successivo è sempre stato più duro, più adulto.

Nuovi pensieri mi spostavano l’orizzonte e mi spingevano a guardare quelli superati, da cui trarre forzo per superarne ancora altri e maggiori. In questo continuo affrontare e superare gli ostacoli sono cresciuto, diventato sempre più adatto e pronto per tentare di superarne uno  nuovo, e più difficile.

Questa è stata fino ad un certo punto la mia vita, che ho percorsa e cercato di vincere  per ottenere ciò per cui, secondo me, valeva la pena di aver vissuto: consapevolezza e rispetto per me stesso, consapevolezza della mia vita. Gioia, che credo sia  riservata a pochi.

A me sembra che la ragione sia l’unica arma sicura di cui disponiamo e che essa debba essere utilizzata dal pensiero e trasferita nell’indagine filosofica con l’esattezza e la prudenza analitica, applicando un metodo in cui si possa,  fuori d’ogni tradizione, d’ogni principio d’autorità, indipendentemente dalla rivelazione religiosa, costruire la base delle nostre conoscenze e delle nostre convinzioni in ogni campo dello scibile umano. La ragione è infatti il processo attraverso il quale, si esercita il pensiero.

La ragione é la facoltà di produrre inferenze logiche cioè il processo con il quale da una proposizione accolta come vera, si passa a una proposizione la cui verità è considerata contenuta nella prima.

Tali ragionamenti possono essere,ragionamenti deduttivi (procedono dal generale al particolare),ragionamenti induttivi (procedono dal particolare al generale), ragionamenti adduttivi (ciò che va dalla migliore informazione disponibile alla migliore spiegazione).

Se c’è un mezzo, quindi, che può aiutare a sapere, a capire, noi stessi ed il nostro mondo,  questo è la ragione, di cui sono forniti tutti gli uomini, in ogni tempo ed in ogni luogo, perché essa è una forza immutabile, se non in meglio, ed in maggior potenza, secondo l’evoluzione della specie.

La ragione appare, a me, la sola in grado di conquistare e costruire la verità e renderci conto della sua conquista. Io credo che solo se ci si libera dalle passioni, dalle mutabili opinioni, dagli egoismi e dalle cupidigie e si sottopone alla pura ragione, ogni aspetto della vita è possibile raggiungere la certezza, la verità.

Secondo me bisogna ragionare con metodo, con la limpidezza analitica degli scienziati, scomponendo ogni problema, meditando su di esso, allontanandone tutte le fantasie e le superstizioni, fino a cogliere la profondità delle leggi da cui sono dominate le manifestazioni della vita.

Solo la ragione consente di sottoporre l’uomo alla sua indagine e a spogliarlo da tutte le incrostazioni che gli errori e le passioni hanno accumulato nei secoli della storia umana. La ragione ci consente di affermare che non ci sono verità anteriori alle conoscenze che l’uomo conquista nella sua esperienza di vita, che non vi è nulla nel pensiero e nella società umana che non sia generato dall’uomo.

La ragione espande la libertà di pensiero e consente di esplorare noi stessi ed il mondo e tutto allora ci potrà apparire come costruito dall’uomo, senza realtà sovrannaturali.

Ma la sola ragione, oggi, ed ancor più nel passato non è bastata a spiegare tutto, a spiegare l’infelicità dell’uomo ed i suoi travagli, a differenza delle religioni che invece spiegano, tutto come dovuto alla Creazione e successivamente spiegano  il vissuto umano, come una sorta di punizione derivata da un ‘peccato originale’.

Oggi la sola ragione, ancora non basta, a spiegare l’Origine di tutte le cose ed allora immagino che il percorso sarà ancora lungo, ma ciò che cerchiamo non possiamo non cercarlo dentro di noi con i mezzi che abbiamo dentro di noi, con ciò che l’evoluzione ci consente o ci consentirà, e questo qualcosa che abbiamo dentro di noi, lo abbiamo chiamato Ragione.

Stiamo correndo una sorte di corsa contro il tempo prima che la Terra sia inglobata dal Sole o prima che gli angeli dell’apocalisse suonino le loro trombe per il giudizio finale.

Io non sono un credente, sono un uomo di ragione e, in un certo senso, ormai alla mia età, diffido di tutte le fedi religiose, sia quelle occidentali che conosco che quelle orientali, per me,  meno note, mentre per quelle del passato, come dire, do, anch’io per  acquisito che quello, come dice il poeta, era il tempo degli Dei ‘falsi e bugiardi ‘.

Sento invece quella che potremmo definire religiosità, che per me, in un certo senso significa avere la misura dei propri limiti, sapere cioè che la nostra ragione è un piccolo lumicino che illumina, appena, appena lo spazio infinito, la grandiosità e l’immensità dell’universo dove ci troviamo. L’unica cosa di cui sono sicuro, nei limiti della  mia ragione, è che vivo il senso del mistero con forza, con passione e trasporto. Penso che questo senso sia comune, sia a chi ha una fede religiosa  qualunque essa sia, ma anche  a chi non ce l’ha.

C’è una differenza però, tra chi crede e chi non crede. La differenza fondamentale è che, chi crede, riempie il mistero con Verità che ritiene essere rivelate dalla divinità stessa, mentre chi, come me, non crede, non riesce a convincersi di questo e, del senso del mistero, non afferra il significato.

Tuttavia ribadisco che, in me, è forte il senso del mistero per tutto quello che ci circonda, che noi riusciamo a vedere, a conoscere, spesso solo intuire. Questa sensazione ed il rispetto per essa la potrei anche chiamare  “Religiosità”, un sentimento che in me  galleggia nel dubbio e non nelle certezze, come è invece per l’uomo che crede. Io riesco ad accettare e condividere solo ciò che la ragione, alimentata dalla cultura, mi permette di accettare, pur avendo la consapevolezza dei suoi attuali limiti.

Vorrei percorrere la strada che penetra il mistero e mi dà spiegazioni, su tutto,  ma la ragione non mi soccorre più dopo i primi passi anche se mi consente (mi obbliga ) ad accettare ed acquisire ciò che essa riconosce. Naturalmente mi convinco sempre più che più si sa, più si penetra nel mistero e meno si sa, perché man mano in me  aumenta la consapevolezza del dilatarsi del mistero stesso.

La coscienza di questo, però credo si possa dire che é un ‘non sapere’ diverso dall’ignoranza primitiva. E’ un ‘non sapere ‘ cosciente, relativo, accettato. Perché siamo qui, dove stiamo andando, a quale stadio di sviluppo ci porterà l’evoluzione, in cosa ci trasformeremo prima che,  tra cinque miliardi di anni, la grande fornace solare, avrà avvolto  tutta la Terra?

Che senso avrà avuto l’esistenza di miliardi di esseri viventi, e di quelli, come l’uomo, che hanno avuto la ventura (o la sventura ) di avere avuto la coscienza di esistere?

E’ indubbio, però, che il sapere  si dilata sempre più e penetra profondamente nel mistero in cui viviamo. Gli antichi, che credevano di sapere, non sapevano nulla  rispetto a noi.  Il pastore antico guardava la Luna e, nelle notti stellate, le  rivolgeva mille domande. Oggi a molte di quelle domande sappiamo dare una risposta; sappiamo cos’è la Luna, come si è formata, quando e come sono nati la Terra, il Sole;  e quando la Terra finirà. Altre domande incombono. Quanto è grande il cosmo? Come e perché il passaggio dal nulla all’esistenza? E come il ritorno al nulla? Perché l’Esistenza e perché non il Nulla?

Io non so rispondere. Chi ha fede si. Non conosco risposta, e di fronte all’impossibilità di dare una risposta, mi sento piccolissimo, perfino inutile, in questo infinito Universo. Ora che mi avvicino alla fine della mia vita sento nella mancata risposta al mistero e nella impossibilità di accettare la fede, perché la ragione me lo impedisce, una sconfitta ed un’umiliazione.

Resto uomo, cosi come sono, e mi convinco che il non sapere, la paura di non sapere e del mistero, inevitabilmente possa, in moltissimi casi, aprire la strada alla fede, a  una qualsiasi  fede che, da sempre, gli uomini ricercano  in mille ed una forma, in mille ed un modo, per riempire quel vuoto immenso e il tormento dei tanti perché, che nemmeno la ragione, cioè la capacità di avere certezza di ciò che e riproducibile e confermato e quindi Vero, può dare.

Spesso ho la convinzione che la differenza tra il credente ed il non credente stia nell’ affrontare  il problema da due angolazioni diverse. Nel senso che il credente, secondo la profondità  della sua fede, accetterà con più o meno fatica  l’incomprensibile dandosi così rassicurazioni e certezze mentre il non credente è costretto, dolorosamente, a  prendere atto che la sua ragione, anche se seriamente impegnata, non può dare le risposte che cerca perché sul piano razionale non ci sono ed è questo che gli   impedisce di credere.

Io penso che gli uomini non possono vivere continuamente nel dubbio, diventerebbe angoscia, ed allora si sono inventati l’immortalità dell’anima.

Ma poi, cosa vuol dire credere: in che cosa, e in che modo, si accede alla comprensione di misteri e cose che la stessa ragione, non ci consente (per ora?) di comprendere.

Tra l’altro non vedo, nemmeno, la differenza tra chi dice di essere credente e chi dice  di essere ateo. Mi sembra che, entrambi, cerchino risposte facili ad un mistero immenso: si-no.  Accettando o negando la fede della religione, una qualsiasi, non si tenta di convivere con la nostra limitatezza, (ma non cosi tanta), e cercare la Verità.

Entrambi, credenti e atei hanno rimosso il doloroso mistero: solo i non credenti, come me, hanno il tormento, l’ansia, della mancata risposta alla proprie domande, ma nello stesso tempo il tormento e l’ansia generano una sorta di presa di coscienza, di consapevolezza di ‘essere’, di valere, di sovranità di pensiero che danno la gioia  e  la gratificazione della ragione.

A me la ragione non consente di accettare ciò che non    sento, ciò che non  vedo, ciò che non trova spiegazione davanti alla grandezza infinita dell’universo, all’infinito dolore della specie umana, alle miriadi di forme di Vita, che in spazi,  tempi e forme incredibilmente diverse tra di loro, qui, sul pianeta Terra e ovunque nell’immensurabile grandezza del cosmo vogliono affermarsi e si affermano. La tradizione  religiosa parte dalla Verità, come rivelazione divina a prescindere dalle condizioni storico-sociali e dallo stadio di sviluppo dell’umanità e dalle sue conoscenze scientifiche e tecniche. Ma la tecnica  e la razionalità del pensiero, hanno mutato il concetto di verità in quello di efficacia.

Cioè, è Vero ciò che sortisce effetti di realtà e non è Vero, se non sortisce gli stessi effetti,  un presunto ordine, dato ed immutabile, a prescindere. Cioè, io credo che  le religioni siano Vere in quanto creano un mondo a parte, ed a partire da questo, il mondo diventa comprensibile. Vera era la religione Egizia, nel suo mondo; Vera era la religione Cristiana fino all’Illuminismo ed al Capitalismo.

Io penso che le religioni, al mutare delle condizioni umane, diventino pure sopravvivenze teoriche, cosi come per secoli il Paganesimo sopravvisse alla vittoria di Costantino, senza più spiegare alcunché.

Nella loro inefficacia esplicativa è la loro non-verità : é il loro superamento. La ragione, invece,  non pensa a se stessa come a qualcosa di immutabile, anzi, si basa in continuazione su ipotesi che, per principio, vengono superate da un più alto livello di razionalità, cosi che, mentre la religione muore nel momento in cui le sue Verità non fanno più mondo e tanto meno lo spiegano, la ragione si alimenta del superamento delle proprie ipotesi, perché non ha legato la Verità a quel nucleo di ipotesi, ma alla sua efficacia produttiva ed esplicativa, che sarà garantita nello sviluppo di altre ipotesi, più avanzate e maggiormente esplicative. In questo suo essere, la ragione, trattando le idee non come impianti rivelati ed immutabili, determina il tramonto, il superamento, delle religioni, per quel tanto che esse appaiono come Verità rivelate e non come sistemi ipotetici.

Questo a me sembra essere la questione Ragione-Fede, se utilizzo la ragione come vaglio e metodo d’analisi. Io sono convinto che la  religione e la fede, cosi come noi le definiamo siano  ‘utili’ all’uomo, che siano una sua sovrastruttura, funzionale alla sua esistenza.

Le loro risposte della fede sono consolatorie. La fede vuole rivelare le Verità, anche quelle a cui il comune sapere, (che nel tempo aumentano), non arrivano : la fede rivela la verità sull’anima, la creazione, la morte e dà  risposte consolatorie soprattutto per chi si avvicina all’ultima ora. La ragione rifiuta queste verità “rivelate”, non conquistate, non accettabili se non passate dal suo vaglio storico, stratificatosi nei millenni dell’avventura umana. La vita che è in noi si ribella all’accettazione del trapasso, ha bisogno di consolazione di conforto, di gratificazione.

Una “buona mamma” ci deve accompagnare per quel viaggio che da soli, spauriti e limitati come siamo, non avremmo la forza di intraprendere. La fede è una “buona mamma“. Ma io, non credo, io non ho fede religiosa. Passo tra dubbi e convinzioni alla ricerca della verità, che non troverò e mi consola la dimensione titanica di questo, di non essere nulla, avendo la coscienza di ciò che sono: un uomo, una vita; e questo mi consola.

Non voglio l’immortalità, voglio la pace eterna ed il morire con lucidità e coscienza. Io sono un granellino di un tutto e di un niente, che in un tempo, in uno spazio, é “vissuto”  ed è tornato nell’infinito eterno mistero, al quale, senza sapere perché, siamo appartenuti.

Complicati composti di atomi e molecole che riempiono lo spazio infinito, dall’inizio dei tempi fino alla loro fine. Sono stato educato alla fede Cristiana e per di più cattolica, dalla famiglia e da una istituzione, il collegio, che faceva della fede cattolica il traguardo di ogni attività giornaliera. Ho conosciuto il catechismo e la funzione religiosa, conosco la vita di Cristo. Conosco, rozzamente, l’Islamismo, l’Ebraismo e le fedi orientali, quali il Buddismo, il Confucianesimo.

Le prime vedono la vita con un fine per il ricongiungimento al Dio creatore, eterno; le seconde non vedono un fine ma il ripetersi eterno delle ere, le stagioni, le diverse forme di vita, tutte differenti e tutte uguali che si riproducono, attraggono e respingono. A quindici, sedici anni, in me sono cominciati i dubbi, le domande, le ricerche oltre l’orizzonte cristiano.

I miracoli, per esempio, per un razionalista, sono la cosa più assurda. Cosi come  credere in ciò che ad ogni essere dotato di ragione appare come un mito : il peccato originale. Come si può accettare una colpa originale collettiva, per sempre, per tutte le generazioni future. Le colpe sono, e devono essere, personali, non c’è compatibilità tra la colpa collettiva eterna ed il Dio giusto e padre. La colpa collettiva è un concetto tribale antico che gli uomini hanno superato acquisendo la coscienza della loro individualità e della loro personalità.

Com’è possibile credere ad un Dio che si rivela chiedendo al suo più caro figlio Abramo (perché il suo PIU’ caro figlio?) il sacrificio che è per sua natura incompatibile con l’esistenza del principio paterno.

E poi, il problema dell’immortalità dell’anima! Possibile che siamo eterni e che solo per un piccolissimo tempo assumiamo forme materiali, con tutte i loro limiti, dolore compreso, per vivere poi “eternamente felici” o “eternamente infelici”: che senso ha? La vita e la morte sono indissolubilmente legate, la vita è tale perché c’è la morte e la morte è cosi detta perché c’è la vita. Se davvero ci fosse l’eternità non ci sarebbe morte.

E cosi la fede, inculcataci nell’infanzia, spesso  si perde, ed autonomamente si inizia una ricerca, che parte dentro di noi, che fa prendere coscienza, che ti fa sentire uomo infinitamente limitato; ma uomo che non si è fatto “drogare” per consolarsi, da fedi che non sono dentro di noi, nel nostro genoma, nel nostro essere animali umani. Per questo e per altro, io non credo. Non credo in nessun Dio. Mi chiedo poi, perché c’è bisogno di religione, oggi.

Oggi che sappiamo come è nato l’universo, come è nata la Terra, come è nata la vita, come è nato l’uomo,  viene cosi a cadere la necessità del Dio creatore. Mi sembra che il bisogno di religione nasca, oggi, come contrapposizione al trionfo del materialismo, anzi del materialismo capitalista che poggia le sue basi sulla tecnica e sull’economia. La tecnica e l’economia sono per loro natura, senza fine, senza scopo, se non l’autopotenziamento, l’autoespansione; senza uno scopo “Eterno” e spirituale, e quindi incapaci a rispondere alle domande che l’uomo si fa. Il crollo o forse il momentaneo appannamento dell’ideologia Comunista ha contribuito al trionfo del capitalismo e alla richiesta di religione, di fede, magari fondamentalista. Anche se ateo, il comunismo aveva in sé motivi messianici di riscatto, utopici, voleva costruire il nuovo uomo, considerava il contingente una fase dura (espiazione?) che avrebbe portato alla giustizia, alla libertà dal bisogno. Il presente quindi si prefigurava come superabile e non ripetibile e monotono.

Il capitalismo, la tecnica, l’economia non aprono scenari nuovi, non redimono, non svelano la verità, ma tendono ad autopotenziarsi senza finalità umane, producendo più di quello che serve, in un deserto di valori dello spirito, che taglia all’origine la speranza.

Allora nasce il bisogno di religione, non più come favola della creazione ma come bisogno dello spirito, come bisogno di una meta, di un obiettivo che l’umanità ha sempre coltivato fin dagli albori. L’uomo ha bisogno di guardare al futuro, di sognarlo, di progettarlo, di viverlo in anticipo, per essere felice, per scacciare la paura, per allontanare l’angoscia del vivere senza scopo.

Bisogno di Religione, bisogno di fede significa non accettare che il mistero sia semplicemente quello che ancora l’uomo non ha scoperto, che il tempo è esaustivo di tutto, che il senso della vita si esaurisca con il tempo che ci è dato da vivere. La religione  custodisce uno sfondo pre-razionale e pre-ragionevole profondo ed intimamente umano da cui è difficile affrancarsi, perché l’uomo, a differenza degli altri animali, sa che deve morire, il suo destino futuro é la ragione dell’angoscia segreta,  l’uomo sa che il suo futuro che avrà due soli possibili sbocchi: Dio o il Nulla. Accettare Dio è  più facile che accettare il Nulla.

Accettare il Nulla, come io ho fatto, significa tenersi nel cuore una solitudine abissale, lenita soltanto dallo scambio affettuoso di altri esseri umani, e dalla forza della orgogliosa ragione, che ti fa sentire piccolissimo nell’universo, gigante tra i viventi. L’accettazione del Nulla esige una disciplina morale ed un altruismo molto severo. Impone una solitudine austera e spesso orgogliosamente dolorosa. Accettare il Nulla del prima e del dopo la morte rende i nostri atti incredibilmente responsabili e in un certo senso disperati perché, senza scopo, nel lungo termine. Eppure è verso l’accettazione di quel Nulla che, io credo, ci stiamo dirigendo. Siamo ormai a pochi nano secondi dalla conoscenza di quello che è stato l’Inizio, di ciò che ha dato origine al Tempo, allo Spazio all’Universo al Tutto. Prima non c’era Nulla e per noi insignificanti, piccole, accidentalmente esistite, strane,  forme di vita, alla Fine del nostro sistema solare o forse del nostro universo ci sarà, semplicemente il  Nulla.

Credere in Dio è, secondo me aver fede nella speranza, oltre le possibilità della ragione. Mi sembra che gli esseri umani abbiamo avuto da sempre una tendenza innata a credere in qualcosa di trascendentale, imperscrutabile, e ultraterreno, qualcosa che  va oltre le possibilità della scienza e della ragione. Io penso che la fede sia la conseguenza di una struttura celebrale che si è evoluta dagli inizi della storia dell’umanità.

Io credo che si sia cosi evoluta perché consentiva migliori condizioni di sopravvivenza e di sviluppo sociale; una sorta di senso in più che, a differenza, per esempio, degli altri mammiferi dava un vantaggio evolutivo e competitivo. L’antropologia ci assicura che la credenza in una o più divinità incorporee, in una vita ultraterrena, nella capacità della preghiera o l’uso dei riti per  cambiare il corso degli eventi umani, si trovano praticamente in tutte le culture che siano state studiate.

Questa caratteristica, per cosi dire, universale, fa pensare a un qualcosa che sia connaturato con l’evoluzione genetica, forse ha caratterizzato l’homo sapiens a svantaggio di altri ‘homo’ scomparsi. Cosi come altri comportamenti sono stati essi stessi fattori evolutivi, come per esempio  essere ‘gentili’ e socializzare, avere spirito di gruppo ecc, Queste caratteristiche comportamentali derivano, inevitabilmente, dallo sviluppo genetico celebrale, sono, per cosi dire, un sottoprodotto dell’evoluzione materiale. Avere fede in un Dio comportava, nel  passato lontano, meno sforzo che non credere; sarebbe stato impossibile sulla base delle limitatissime conoscenze biologiche accettare che un essere umano addormentandosi per sempre,  smettesse di ridere, piangere, mangiare ecc, se non immaginando un altro mondo nel quale tutto questo continuasse.  Immaginare un altro mondo significava ‘facilmente’ immaginare un Dio incorporeo che tutto dominasse. Avere fede, forse, significava risolvere tutta una serie di problemi e di paure per potersi dedicare ad altre attività con energia e coraggio. Il sentimento religioso, in definitiva, la fede, è un complesso di fenomeni che implica un uso straordinario di processi di conoscenza  comuni e tutte le  religioni,  non esistono al di fuori delle singole menti che le costruiscono e degli ambienti che gli impongono dei vincoli. Si deve tornare per forza alle origini per cercare di capire.

Secondo me, le difficoltà della vita primitiva hanno favorito l’evoluzione di certi strumenti cognitivi, tra cui la capacità di individuare gli esseri pericolosi, di inventare storie per spiegare le cause di eventi naturali, di riconoscere che anche altri possiedono una mente ed hanno, anche loro, convinzioni, desideri, intenzioni. La nostra mente imparò abbastanza presto (relativamente al fattore tempo) ad immaginare la cronologia degli eventi e il rapporto causa effetto su tutto quello che succede anche se può sembrare casuale. L’invenzione degli Dei, (con forte caratteristiche umane) come nella cosmologia della Grecia antica, risponde a tutte le domande e le esigenze degli uomini. C’é un altro elemento fondamentale che, io credo, debba essere preso in considerazione e che si potrebbe chiamare ‘buon senso comune ‘ cioè quel qualcosa che ci fa capire (intuire) il comportamento degli altri e la nostra capacità di far capire come ci comporteremo. Ci comportiamo cosi tutti i giorni, nella vita comune, negli affari, nell’amore, nelle relazioni sociali. Noi, cioè, ci aspettiamo che gli altri abbiano una mente che possa ragionare in un certo modo, se noi la stimoliamo con proposte, offerte, opinioni ecc e cosi fanno gli altri con noi.

Questo ha portato gli uomini a concepire che, oltre alla fisicità del corpo, esista in noi qualcos’altro ( la mente) che è incorporea, ma che è addirittura più importante del nostro stesso corpo.  Questa consapevolezza dell’uso opportuno della nostra e delle altri menti è alla base di tutto : matrimonio, lavoro ecc. ecc. Ora io penso che sia avvenuto un po’ cosi, cioè come abbiamo potuto accettare la separazione tra corpo (il materiale) e mente (l’immateriale) si sia potuto anche accettare, anzi concepire, l’immateriale senza il corpo, quindi una esistenza trascendente, in definitiva un Dio. Vorrei aggiungere che ora che la scienza si è affermata, non ci dovrebbe essere più bisogno di credere a qualcosa di immateriale ed onnisciente ma, evidentemente, cosi non è e magari questo accadrà tra….mila anni quando l’evoluzione avrà fatto il suo corso. Il fatto che tutti i popoli nel loro sviluppo abbiano ‘inventato’ o abbiano avuto bisogno della religione, (diversa da popolo a popolo) secondo me rafforza questo concetto. Cioè si nasce come predisposti (a causa dell’evoluzione che la considera una necessità virtuosa)  a concepire menti immateriali onniscienti e poi, a seconda delle culture, dello stadio di sviluppo economico e delle specificità storico geografiche si sceglie (crea) la religione che meglio si adatta a soddisfare i nostri bisogni.

La religione, poi, ha un altro grande vantaggio per noi : ci emoziona. Attinge alle nostre emozioni ed alla nostra fantasia ed agisce come un collante che aumenta la sua credibilità. L’emozione nasce dal rituale, dal non visto, ma immaginato, dalla paura e dalla speranza. E poi, le religioni sono un fatto collettivo, uniscono, ci fanno sentire ‘dentro’ la comunità.

Ci danno identità : ci soccorrono nei momenti di crisi, fino all’estremo della nostra emotività, fino al punto estremo della morte che non riusciamo ad immaginare come la ‘fine di tutto’. La mente si rifiuta, non concepisce il Nulla. La religione risolve l’emozione e la paura, dà una speranza. Non c’ è fede che non sia legata alla paura della morte, alla resurrezione dell’anima, l’attesa del Grande Spirito, del Paradiso, della reincarnazione, dell’immortalità. Io penso che gli uomini abbiano ‘inventato’ la religione soprattutto per ‘vincere’ la morte, il solo pensiero della morte! Credere in Dio significa allungare all’infinito la vita, dare un senso a questo piccolissimo tempo che viviamo sulla Terra, a quel battito di ciglia tra due eternità.

Concepire la morte ci è impossibile, la mente si rifiuta, nasciamo accumulando esperienze, nozioni, emozioni, dolori e gioie, come possiamo immaginare il ‘nulla’, cioè la morte?

Non possiamo! Ci è impossibile concepire noi stessi come non esistenti! E’ molto più facile ed utile, allora per vivere, per sopravvivere, per evolverci, che il pensiero (l’immateriale) continui a sopravvivere. La religione, quindi e la fede, come necessità, come frutto dell’evoluzione, come vantaggio per sopravvivere.

La religione secondo me risolveva il problema del singolo e quello del gruppo. A livello singolo faceva sentire le persone meno tormentate dal pensiero della morte e quindi si potevano meglio e di più dedicare alla caccia, alla riproduzione allo sviluppo culturale.

La certezza (speranza) del futuro agiva sul gruppo come molla, li spingeva a migliorare le tecniche ad espandersi a conquistare perché comunque la morte sarebbe stata vinta dall’immortalità dell’immateriale, cioè dell’anima, come dicevano gli sciamani, i sacerdoti, gli intermediari tra gli uomini e Dio.

La invenzione della figura dello sciamano, del sacerdote, rappresenta una vera genialità. Ci è impossibile comunicare direttamente con gli Dei, ma allora ci pensa lui, magari con l’aiuto di erbe, di dolori autoinflittesi, va in quello stato di semincoscienza che lo fa apparire, ed è, diverso; non è lui che parla, è Dio, non si può non ascoltarlo.

Questo nell’evoluzione umana è un vantaggio enormemente grande. I popoli che hanno avuto un forte senso religioso, una grande fede, hanno ascoltato il loro sacerdote, voce di Dio ed hanno combattuto, hanno vinto, si sono meglio organizzati.

Questo lo possiamo vedere anche oggi, basta leggere e studiare la storia del ‘popolo eletto’, gli ebrei che ancora oggi, e più di sempre, sono forti, compatti, vincenti o i Mussulmani, che seguendo la voce del profeta attraverso i sacerdoti, danno la vita per il bene comune : quale altra più potente invenzione poteva escogitare l’uomo? Morire per vivere! Morire per vivere in eterno accanto al Dio!  Ma anche la ragione si è parallelamente evoluta; ha ‘inventato’ la scienza. Dalle tenebre del magma sciamanico, dal fondo delle trance estasiache, ha cominciato a capire più approfonditamente il funzionamento delle cose e le ha dominate, è stata in grado di riprodurle a piacimento. Ha cominciato a conoscere la mente degli uomini, ha ‘intuito’ che esisteva la vita di per sé.

Che la morte non poteva essere dominata se non uccidendo il proprio spirito critico ed affidandosi alla ragione ed alla scienza ha vinto su mille pericoli dell’esistenza umana.  Si, l’uomo si è staccato dal pianeta, è volato nell’universo; ha posto il piede su altri corpi celesti, scoprendone le leggi fondamentali che ne regolano l’esistenza; ha misurato il tempo della nascita dell’universo. Sa quando il Sole si spegnerà. Ha riprodotto la vita dei mammiferi senza l’accoppiamento dei generi ed ha cominciato a dubitare della sua fede. Lentamente, piano, piano sono ‘nati’ i non credenti. Una condizione questa veramente ‘terribile’.

Essere non credenti, come me, vuol dire avere la coscienza di essere soli! Che tutto finirà con la morte, di ciascuno di noi e niente, niente rimarrà di noi, niente rimarrà del nostro corpo, della nostra mente, perché anche per i grandi, i toccati dal vento divino del talento, anche per i grandi filosofi, i condottieri, i sacerdoti, gli scienziati, coloro che hanno creato le culture, tutto finirà e dell’umanità intera non resterà traccia quando il Sole si trasformerà in una stella  gigante rossa ed ingloberà la terra.

Allora mi chiedo, la fede è un bene?  La religione è un bene? Dio è un bene?

La risposta è : si, sono doni meravigliosi che l’uomo si è fatto per vivere, per vivere felice. Non tutti, però, hanno quel dono : a me non è stato regalato e devo vivere infelicemente felice, come posso, questa terribile, magnifica, sgangherata, inimmaginabile, dolce, imprevedibile, dolorosa, vita. Io penso che la religione sia un prodotto dell’uomo, come se nella sua evoluzione l’uomo avesse avuto come un lento passaggio dai comportamenti istintuali a quelli razionali  e questo avesse comportato una nuova necessità. Forse questo processo non è ancora terminato e noi portiamo ancora dentro di noi istinti che ci fanno comportare in un modo conseguenza di essi.

Comportamenti che abbiamo, però, sempre più guidati dalla razionalità, magari una razionalità incosciente, cioè non consapevole e sempre meno istintuali. Istinto vuol dire comportamenti ed azioni guidate da stimoli esterni a cui si reagisce mossi da  fattori organici, interni, che elaboriamo, come la fame, la paura ecc. La religione quindi possiamo ipotizzarla come prodotto di un fattore evolutivo della ragione e del mutamento del rapporto celebrale istinto-elaborazione razionale. Io penso che la religione, ad un certo punto, sia diventata indispensabile alla nostra evoluzione e sopravvivenza. Io penso che la religione sia un insieme di pensieri e di azioni, condiviso da molti esseri umani, e che offra ad ogni singolo individuo ed al gruppo nel suo insieme, un orientamento, un indirizzo di fondo ed un oggetto di devozione al di sopra di ogni evento, cosa, pensiero, mistero.

L’invenzione della religione consente quindi all’umanità di operare in uno schema comportamentale che tutto risolve, liberandoci dall’angoscia della nostra consapevolezza di esistere e di morire, mentre questa consapevolezza non c’era nella precedente fase evolutiva caratterizzata dai soli comportamenti istintuali. Esseri evoluti, come altri mammiferi o società complesse come quella delle api, non hanno la consapevolezza di essere e la conseguente  angoscia.

Non si chiedono, loro, chi siano, e dove stanno andando e perché. Vivono secondo le leggi evoluzionistiche e si basano sui propri istinti, cioè elaborazioni organiche agli stimoli. Io penso che se noi non ubbidiamo più solo ai nostri istinti, se è vero che abbiamo acquisito l’autoconsapevolezza di esistere, se è vero che abbiamo acquisito la capacità di ragionare e di immaginare, io credo che allora  se ci fosse venuto a mancare un sistema di riferimento e di devozione,  ci saremmo sentiti perduti.

Questo io credo sia la religione : una sorta di mappa  che ci ha consentito di non cadere in preda alla confusione ed incapaci di agire secondo uno scopo. La religione, questa sorta di mappa, ha funzionato sempre anche quando erano sbagliate  o parzialmente errate le sue caratteristiche di base, come lo scorrere del tempo e dello sviluppo umano ha dimostrato. Chi crede più, oggi, nella cosmologia greca?

Ma allora fu un potente, indispensabile, riferimento di pensieri, azioni, devozioni. Chi crede, oggi, al Grande Spirito dei Pellerossa? Eppure per loro fu un formidabile ed indispensabile riferimento di pensieri, azioni devozione e consentì di costruirci sopra una civiltà e cosi via si potrebbe dire di altre religioni superate. Alcune religioni, invece,  molto strutturate e figlie dello sviluppo umano come quelle giudaico-cristiane-islamiche sono ancora oggi valide e servono benissimo per dare orientamenti, indicare azioni, riferirsi ad un oggetto di devozione. Tra mille anni sarà ancora cosi?

La storia dell’uomo e delle religioni, ci dice di no. La chiave sta nel fatto che la religione individua sempre l’oggetto di devozione, cioè Dio, cioè il punto focale di tutti gli sforzi che consentono di formalizzare una base costitutiva di tutti i valori, premi, punizioni, risposte. Dio ci consente di indirizzarci in un’unica direzione, trascendendo la nostra singola esistenza, con tutti i suoi dubbi, le sue insicurezze, le sue ansie e cosi si soddisfa il nostro imprescindibile bisogno di dare un significato alla vita, alla nostra singola vita.

Il motore di tutte le religione è la Fede. Una fede irrazionale, a prescindere, che non consente analisi, introspezioni o altro. Le grandi religioni dicono che essa è ‘un dono di Dio’, risolvendo cosi tutto. E’ Dio che  me la dà, ce l’ho, quindi Dio esiste! E’ una fede irrazionale, ma è anche un utilissimo motore della vita. Io credo, però, che tutti gli uomini abbiano fede. Anche i non credenti come me; penso si possa dire che è la fede in qualcosa, in qualcuno che muove gli esseri umani all’azione.

Accanto alla fede religiosa, la fede irrazionale, io credo si possa dire che esista in molti di noi anche una fede razionale, diversa dall’altra, ma altrettanto potente. La fede razionale non può essere soltanto fede in qualcosa a prescindere, ma piuttosto, essa é la certezza e la fermezza delle nostre convinzioni; essa è radicata nella personalità, nell’attività intellettuale, produttiva, emozionale. Per questo è dentro di noi perché, io penso che per vivere occorre aver fede, occorre una visione come scopo razionale da raggiungere. Questo, per me, è stato cosi fin dall’adolescenza, è stata connessa nella mia esperienza di vita, nella fiducia e nella speranza che avevo nella mia capacità di pensiero, di sopportazione nelle sconfitte, di speranza nelle future vittorie. La fede irrazionale, quella religiosa, invece é l’accettazione di qualcosa che è vero solo perché un’Autorità lo dice, perché qualcuno afferma che è stato rivelata da Dio, perché tutti, lo dicono. La fede razionale, la mia fede, è una libera convinzione basata sull’esperienza reale della vita, sulla conoscenza della storia, sul vaglio della ragione.

La fede religiosa si fonda sulla sottomissione ad un potere forte, irresistibile ed onnisciente e nell’abdicazione del proprio potere e della propria forza. Io credo, invece che in noi viva il risultato del nostro spirito di osservazione, di elaborazione, sull’evidenza delle passate conquiste umane e sull’intima esperienza di ogni singolo individuo, sulla ragione e sull’amore.

La fede razionale genera il coraggio. Accettare le difficoltà, le avversità ed i dolori della vita ci rende più forti, invece che pensare ad una punizione ingiusta: questo ce lo consentono  la fede razionale ed il coraggio. Cos’era che nel lettino della camerata del collegio o seduto nei boschi o nella capanna di un orto, non mi uccideva, affranto dal dolore e dalla solitudine e dalla consapevolezza della mia condizione di orfano di genitori e del mondo dell’infanzia ?

Perché nel vagone del treno dell’emigrazione, trovavo la forza di andare avanti e cos’era che non mi portava alla disperazione quando  vivevo la perdita del mio primo figlio, ancor prima che fosse nato? Perché immaginando la perdita di mia figlia continuavo a lottare? Perché volevo vivere? Perché volevo vivere e volare? Avevo dentro di me, più forte di ogni negatività, una speranza, la fede razionale e consapevole. Un sentimento che mi spingeva ad affrontare la dura e dolorosa situazione del presente e mi irradiava il futuro, che altrimenti sarebbe stato, incerto, oscuro, imprevedibile.

Oggi  è molto difficile Credere, molti vorrebbero farlo ma non possono più farlo al modo in cui si credeva nell’antichità, nel medio evo, o al tempo della Riforma. Troppe cose sono cambiate nelle costellazione generale del nostro tempo. Troppe cose nella Fede cristiana appaiono estranee, ed in contrasto con la scienze naturali ed umane e con le stesse istanze dell’uomo moderno.

Io credo che la Dottrina, oggi dovrebbe offrire una interpretazione non esoterica o sterilmente dogmatica ma invece prendere sul serio i problemi degli uomini di oggi; non dovrebbe essere una sorta di scienza segreta per soli credenti ma dovrebbe essere accessibile anche ai non credenti senza atteggiamenti di superiorità e non fornire spiegazioni in evidente contrasto con la ragione ma andare oltre i suoi propri limiti e parlare a tutti gli uomini cosi come sono oggi, tenendo conto delle differenti culture e storie.

Credere oggi dovrebbe voler dire accettare una Dottrina che non dovrebbe essere in contrasto con noi stessi, con la nostra più profonda essenza, compresa la ragione che anch’essa è noi e non fuori o contro di noi. La prima frase del Credo cristiano afferma “Io credo in Dio padre onnipotente, creatore del Cielo e della terra”

Possiamo accettare che Dio abbia creato l’Universo, secondo la Bibbia  in sei giorni? e come si concilia questo con le conoscenze che abbiamo, con il Big Bang, l’inizio del Tempo e dello Spazio dell’Universo? Ma come si fa ad immaginare un Dio creatore connesso con il tempo (sei giorni), Dio può essere concepito al di fuori, al di sopra di tutto altrimenti sarebbe un qualcosa di definito, esplorabile, definibile e quindi sottoposto alle leggi dell’Universo… Dio significa, secondo me, Indefinibile, Indelimitabile, Invisibile, Incommensurabile, Inconcepibile, Infinito: é la dimensione Infinito un concetto che noi non sappiamo definire ma che sentiamo in noi. In questo la nostra (la mia) ragione si perde, non può governare ciò che è al di fuori del tempo, dello spazio e del conseguente orizzonte, non può arrivare alla affermazione Dio esiste e nemmeno alla affermazione Dio non esiste, non può… semplicemente non può.

La ragione si basa su certezze dimostrabili usando parametri certi, riproducibili e questo gli impedisce le due affermazione ora dette. La Fede risolve, la Fede è un fidarsi fondato non è un atto ragionevole e nemmeno un atto della volontà. Per me credere è impossibile, non ho moti interiori da cui mi nasca la Fede. Anzi immaginando di credere mi sentirei alienato e triste in quanto avrei conferito a Dio tutti i miei tesori intimi, la mia anima, la mia capacità di scelta la mia ragione e la mia volontà di essere di sognare, di immaginarmi diverso.

Ancora una volta sono pervaso da un pensiero che mi dice che Dio è una invenzione umana un suo riflesso proiettato al di la di se stesso….anche se riconosco che la Fede, il credere ha una funzione liberatrice, terapeutica, stabilizzatrice. Pur, contemporaneamente, non dimenticando che nella storia dell’uomo la Fede è stata causa di autorità, tirannia, grettezza, intolleranza, ingiustizia, generando anche guerre, abusi sociali, sofferenze atroci. Allora ritorno a me stesso, alle mie azioni, l’unica, grande risorsa per fronteggiare la vita. Solo la fede razionale ti fa vincere la disperazione; quando nella mente si affacciano (specie da bambini, ma anche da adulti)  immagini angosciose, terrificanti, ed il calore dell’amore, prima  genitoriale e poi adulto non ti scalda il cuore, quasi miracolosamente, si accende una luce, e piano, piano, dentro ti senti nascere qualcosa, che ti dice “non mollare, passerà; non rinunciare al futuro, forse sarà bello, cavalcherai praterie verdi, diventerai un eroe, ce la farai”: non sai perché senti queste parole ma le senti; questa è la fede razionale!

La fede razionale è la base per i forti sentimenti per le missioni che ciascuno di noi si dà nella vita. Senza una fede razionale non ci può essere amore, amicizia, dedizione. Senza fede razionale non si può avere consapevolezza di noi dei nostri limiti, di ciò che siamo e dell’autostima che abbiamo di noi. Cosi il senso religioso e la fede sono anche dentro a chi, come me, non è credente; ma lo sono in modo diverso dal ‘credente’. Cosi, io sono cosciente di me, di quella parte intima della mia personalità che resta immutata e che ha resistito e resisterà per tutta la mia vita. È la mia parte intima, più profonda sulla quale si fonda la mia coscienza, il mio ‘spirito’, il mio senso di esistere. Io, solo, piccolissimo, tutto e niente nel mistero dell’universo, nel quale per un attimo, un battito di ciglia, mi ha visto presente. La vita di ciascuno di noi è come un battito di ciglia tra due eternità : l’eterno nulla prima e l’eterno nulla dopo. Il labile confine tra l’eterno ed il nulla è un’invisibile traccia. In un certo senso è la vita!

 

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