Felicità

Io ho provato ad immaginarla come una Fata, lei è più fugace delle altre Fate, ti appare, scompare, la cerchi, si nasconde, gioca a rimpiattino con noi, ma se ci appare una volta una sola volta la cerchiamo tutta la vita, gioca con noi e quando non c’è ci manda la sua ancella la Malinconia che scompare quando ritorna la sua padrona.

La Fata della Felicità la cerchiamo continuamente, per tutta la vita e la proiettiamo oltre la vita, talvolta l’incontriamo e la sperimentiamo, addirittura la possediamo. Non sappiamo dire cos’è, non sappiamo definirla, ma quando la incontriamo, sentiamo che ci pervade.

Se la si vive non la si dimentica più, rimane in noi, fa parte di noi, specie se la si possiede nell’infanzia e nell’adolescenza, allora diventa un patrimonio per tutta la vita.
Una volta vissuta la Felicità, balena, lambisce, sparisce e per questo la consideriamo un sentimento transitorio, provvisorio. La Felicità si esprime possedendoci mentre noi la possediamo, è un sentimento di pienezza, la Felicità non la si può definire in dettaglio, la si vive e svanisce se la problematizziamo, se la vogliamo catalogare.

La Felicità non vuole etichette o definizioni perché è unica ed irripetibile per ogni persona; non esistono due felicità uguali; non è perseguibile con la ragione o la volontà che possono, si, creare le precondizioni, ma solo quelle. La felicità, al di la della metafora della Fata, dipende dalla consapevolezza con cui si vive la propria condizione esistenziale, la propria realtà e si raggiunge quando quello che si fa è in sintonia con la vera natura del proprio essere; se quello che veramente siamo ( anche senza sapere come siamo) corrisponde, è in armonia con i nostri comportamenti, bé, allora siamo sulla buona strada.

Poeti, filosofi, pensatori, sacerdoti, hanno cercato, da sempre di descrivere la felicità e lo stato d’animo corrispondente senza però riuscire a concordarne la definizione perché, richiamandosi all’intimità dell’animo umano, essa sfugge a qualsiasi definizione: troppe le variabili ambientali, genetiche, occasionali, biochimiche, troppi i fattori che contribuiscono alla sua formazione, comunque temporale e ingovernabile.

La felicità non è uno stato di perenne euforia, di spensieratezza continua, né di eccitazione costante; piuttosto essere felici, io credo, significa affrontare e gestire la realtà, le ansie e le tensioni in modo costruttivo, adattandosi ai cambiamenti in una spirale virtuosa che consenta di accettare con il minimo dolore, o senza, gli eventi negativi e godere di ciò che di piacevole ci sta arrivando addosso e dentro, senza, cioè, disperarsi nella negatività, né euforizzarci nella gioia.

Questo è difficile, maledettamente difficile, ma succede, perché non lo so, ma succede, ed allora la vita vale la pena di essere vissuta. Io credo che il concetto di felicità comprenda due componenti, una emotiva ed una cognitiva.

Cioè riguarda il sentimento : come ci si sente; e il giudizio del valore : la soddisfazione, ovvero quale giudizio diamo a ciò che abbiamo ottenuto a fronte di ciò che volevamo. Quest’ultimo è molto importante anche se non sappiamo misurare tecnicamente ciò che abbiamo e ciò che volevamo; la sintesi la fa la nostra coscienza, la nostra anima. E non c’è inganno; lo sentiamo, lo sappiamo, quando siamo felici !

 

 

 

 

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