Nicla

Nicla

 

La stazione Centrale era sempre quella, anche l’orario il medesimo: 7,34. Stessa la destinazione: Firenze e l’arrivo? Quello era sostanzialmente diverso.

Però… già, però, erano trascorsi ventitré anni da quella mattina. Allora non era sola, con lei c’erano Francesca e Patrizia ma guai a chiamarla con quel nome troppo borghese, lei era la Patty, sempre in ritardo ed anche quella mattina arrivò all’ultimo istante lamentandosi del mal funzionamento dei mezzi pubblici e sbraitando che avrebbe scritto una lettera al Corriere della sera.

Le amiche non la ascoltarono neppure e trafelate arrivarono al binario, dove il capostazione stava già per sollevare la paletta. Fortunatamente l’apparizione di quelle tre ragazze vocianti e affannate lo paralizzò per un momento dando loro il modo di salire sulla carrozza di seconda classe. Sorrise ricordando e come allora si sentì mancare il fiato.

Quanto aveva discusso con la mamma per ottenere il permesso di fare quel viaggio con le amiche! Nicla voleva persuaderla che non c’era nulla di male, che ormai era maggiorenne… ma da quando il padre era morto in un incidente stradale, la mamma era diventata apprensiva, vedeva pericoli dappertutto… certo ora a distanza di anni lei capiva, essere mamma non è come essere una ragazza che vuole libertà e ancora libertà! Cosi dopo una bella litigata era andata a dormire da Francesca e quella mattina al binario dodici della Centrale di Milano erano salite su quel treno. Capelli lunghi, una fascetta sulla fronte che li teneva un po’ raccolti, gonna a fiori sgargianti un po’ lunga, una camicetta gialla a piccole righe, comprata in un negozietto, naturalmente disapprovata dalla mamma ma perfettamente in regola con la moda casual che si stava imponendo. Nicla era una bella ragazza; era di quelle bellezze ‘giovani’, assolutamente piacente, con un’aria fintamente scanzonata perché la morte prematura del padre aveva lasciato in lei adolescente una profonda ferita. Le sue amiche la consideravano un po’ rossa, un po’ anarcoide, un po’ anticonformista, anche se lei non si sentiva per niente comunista né femminista come certe altre ragazze che frequentava e che invece se ne facevano un vanto. Aveva un sorriso spontaneo, accattivante ma dietro il quale nascondeva una vena di malinconia. La zia Caterina, sorella della mamma, era solita dire:

“Nicla hai preso da me, sei troppo ingenua e semplice, come lo sono stata io che, nella vita, di fregature ne ho prese tante… ” poi scuotendo la testa continuava.

“Ma per fortuna tu sai essere cocciuta e determina come tuo padre!” e per la ragazza questo era un bel complimento.

Alta circa un metro e settantacinque svettava sempre tra le sue amiche e per questo, durante le manifestazioni, le affibbiavano sempre la bandiera del Movimento studentesco da sventolare. E in quell’ultimo anno di liceo assemblee e cortei che ne erano stati tanti.

“Dobbiamo manifestare a sostegno degli universitari…“

Urlavano i più esagitati e la protesta si amplificava nei lunghi corridoi. La prima volta sfilarono a sostegno degli universitari di Palermo che avevano occupato la facoltà di lettere, ma la protesta era dilagata in tante altre città ed anche a Milano alcune facoltà erano occupate dagli studenti mentre le manifestazioni dei liceali s’intensificavano. Patty non se ne lasciava scappare una coinvolgendo Nicla e la timida Francesca. Lei, la Patty sempre in testa ai cortei, quella che col megafono incitava i partecipanti urlando slogan a dir poco boccacceschi: ma non era per questa ragione che era notata da tutti ma piuttosto per quella maglietta attillata e corta e quei jeans pieni di buchi. Certo lei poteva permetterselo con quel fisico… quelle gambe lunghe da far paura, il vitino e il ventre piatto e quel bel seno sodo e dritto che non aveva bisogno di alcun sostegno.

Non aveva nessun timore e gareggiava con i maschi nell’assalto ai poliziotti quando questi avevano, secondo lei, l’ardire di bloccare i cortei. Cambiava ragazzo in continuazione perché come diceva alle amiche, ‘era facile all’innamoramento’ per lei lo slogan ‘io sono mia’ andava a pennello. Francesca era affascinata da quel comportamento così anticonformista e un po’ invidiava quel parlare disinibito e quel mettere in evidenza quella bellezza prorompente. E così era sempre vicina alle due amiche cercando di essere come loro ma sentendosi profondamente diversa. Sempre la più studiosa, la più riflessiva la più matura e il suo abbigliamento metteva in evidenza il suo carattere. Non si sentiva bella come le due amiche ma in realtà lo era e molto. Capelli ramati, lasciati liberi e riccioluti, occhi verdi con delle pagliuzze dorate e molte lentiggini che le davano un’aria fanciullesca e birichina. Spesso la scambiavano per un’irlandese e lei ci giocava raccontando d’improbabili nonni.

La sua era la classica famiglia milanese, borghese e cattolicissima e doveva fare i salti mortali, il che significava avere ottimi voti, per stare con le sue amiche che i genitori consideravano ragazze da non frequentare. Ma quella mattina l’aveva spuntata lei: seppur a malincuore i genitori avevano dato il loro consenso semplicemente perché la loro figlia aveva conseguito il massimo dei voti all’esame di maturità: era questo il regalo che desiderava. In fin dei conti non era poi così tanto ciò che la figlia chiedeva non sapendo che Francesca aveva anche in programma una visita all’Accademia delle Belle Arti dove era fermamente decisa a proseguire gli studi.   Quella mattina erano tutte e tre davvero felici; andavano a Firenze da sole e in tutta libertà. Non era la prima volta che uscivano insieme ma mai per dormire fuori casa più di una notte. Avevano programmato tutto fin nei minimi particolari.  Avrebbero dormito in una pensioncina centrale in un’unica camera, per mangiare non c’erano problemi pizza, panini ma ciò che più le entusiasmava era il poter scorrazzare durante la notte per la città e vedere Piazza Signoria, Santa Croce, Ponte Vecchio e guardare se sull’Arno d’argento si specchiava davvero il firmamento… come cantava la nonna. E poi dove l’istinto e il ‘destino’ le avrebbe portate magari cantando a squarciagola una canzone intonata da Nicla con la sua voce roca e profonda che la faceva sembrare più grande della sua età.

Ora a distanza di tanti anni mentre sorseggiava un caffè al bar della stazione, tutto le tornava in mente; sorrise mentre si apprestava a raggiungere il binario dove la stava attendendo il treno. Già, il treno: ora stava salendo in treno ad alta velocità il ‘Freccia Rossa’che in un’ora e mezzo l’avrebbe portata a Firenze mentre, allora, in seconda classe e con un treno pomposamente chiamato ‘Direttissimo’ ma che non si dimenticava certo di fermarsi ad ogni stazione ci avevano impiegato più di tre ore. Tutto era cambiato da allora; tutto, ma davvero tutto. Tre ragazze soddisfatte per quell’attestato di maturità conseguito con timori e notti insonni ora erano pronte a conquistare il mondo e mostrare a tutti che loro erano indipendenti e felici. In quella mattina di Agosto si sentivano libere, scanzonate ed anche un po’ incoscienti e mai avrebbero pensato che quel viaggio avrebbe messo un punto fermo, un prima e un dopo, che inevitabilmente avrebbe cambiato la loro vita.

Nicla, ora, era la dottoressa Curti ed anche se quella laurea in architettura non l’aveva mai utilizzata, cioè mai aveva progettato ponti e palazzi, faceva sempre bella mostra nel suo studio.

Sistemò il bagaglio, si sedette nella poltroncina posta di fianco al finestrino e volse lo sguardo al paesaggio ma il treno sfrecciava verso Bologna, troppo veloce per lei soffermare lo sguardo tra i campi dove le messi ondeggiavano al vento o sui girasoli che coloravano di giallo l’orizzonte, troppo veloce! Altro era ciò che i suoi occhi vedevano e i ricordi presero a susseguirsi in modo travolgente…

Erano salite su quella carrozza agitando la mano verso il capostazione per un muto ringraziamento e subito si erano messe alla ricerca di un posto. Fortunatamente li avevano trovati ma in tre scompartimenti diversi. Patty come il solito aveva dimenticato di fare il biglietto e pretendeva di nascondersi ogni qualvolta che il capotreno passava per la sua azione di controllo. Riusciva continuamente a inventarsi qualche nuovo stratagemma con la complicità delle amiche: spostandosi da uno scompartimento all’altro, scambiandosi il biglietto tra loro. Tutti quei trucchi che a diciannove anni si sanno inventare uno dietro l’altro. Francesca, pur partecipando a queste messe in scena, si sentiva fuori posto e avrebbe volentieri pagato multa e biglietto pur di mettere fine a quella pantomima che non trovava divertente e lo dimostrava sbuffando il viso e arrotolando nervosamente le ciocche dei capelli assumendo così un aspetto fanciullesco e vulnerabile che suscitava invidia o ammirazione in quello scompartimento pieno, caldo, e anche un po’ sudicio…

Troppo veloci scorrevano i suoi ricordi, assieme a qualche rimpianto e a un po’ di malinconia, ma anche un immotivato desiderio di ritornare indietro nel tempo a quella spensieratezza ricca di sogni e di progetti per barattarla con la condizione di oggi che non le parevano più così soddisfacenti. Il treno era già arrivato a Bologna e improvvisamente si ricordò di quante persone fossero scese, allora, in quella stazione e di come si fossero riunite tutte e tre in un unico scompartimento. Ricordò le apprensioni di Francesca che era spesso in corridoio per controllare i movimenti del capotreno mentre Patty tranquillissima, occupando il posto dell’amica, se ne stava sdraiata per rilassarsi diceva lei! Ma quanto tempo ci volle per svegliarla e dirle che erano ormai a Santa Maria Novella! Nicla aveva scosso la testa in segno di diniego quando la hostess le si era avvicinata premurosa per chiederle se desiderasse un caffè, il giornale, un po’ d’acqua… Era così assorta nei suoi pensieri che non vide lo sguardo di ammirazione che la giovane le rivolgeva. Firenze si stava avvicinando e certo avrebbe dovuto riprendersi e prepararsi all’incontro di lavoro; la manifestazione di moda ‘Pitti uomo’ avrebbe aperto i battenti a Settembre e c’erano ancora alcuni dettagli da definire. L’impegno dell’azienda era stato grande così come l’investimento finanziario. Anche la collezione era pronta ma quella era sempre un’incognita soggetta ai ghiribizzi della moda. Cancellò le apprensioni: il treno stava rallentando… Sì ora era il tempo di tornare alla realtà. Scese tirandosi dietro il piccolo trolley, si avviò verso l’uscita, il cellulare squillò insistente…

“Dottoressa Curti?”

“Si…”

“Chiedo scusa, sono la segretaria dell’Assessore, devo dirle che l’incontro con voi espositori sarà spostato a dopo domani…”

“Ma scherza… abbiamo…”

“Sì, certo mi rendo conto, lei non immagina quanto questo dispiaccia a tutti….

“Scusi lei mi sta dicendo che io sono venuta da Milano per niente, ma non potevate avvisarmi prima?”

“Mi creda, non si poteva che fare cosi, perché, vede…”

La conversazione andò ancora un po’ avanti tra l’irritazione di Nicla e le scuse della segretaria; ma cosi era; non poteva che prenderne atto.

Firenze era bella quella mattina, l’afa non avrebbe tardato a venire ma ora il cielo azzurro, un azzurro pulito che si confondeva con il verde delle colline fiesolane ed i contrafforti di Piazzale Michelangelo.

Nicla si affacciò sulla scalinata che volge verso la chiesa di Santa Maria Novella, un movimento continuo di gente operosa mischiata a turisti, come sempre del resto, ed un vocio di sottofondo che però non disturbava. Aveva prenotato all’hotel Baglioni ma ora che la riunione era stata annullata, non c’era più tanta fretta, voleva assaporare il profumo di un tempo che ormai non c’era più. Scese lentamente la scalinata e si trovò presa come in un vortice: persone che la spintonavano proseguendo il cammino nella totale indifferenza, idiomi diversi che non conosceva ma che cercava di classificare osservando le caratteristiche dei visi e tanti, tantissimi ragazzi che parevano usciti da un collegio, tanto l’abbigliamento era uniforme,come a Milano del resto e si rese conto di cercare in essi le tre ragazze spensierate di tanti anni prima. Quella confusione la stava infastidendo e allora s’inoltrò per delle viuzze secondarie sicuramente meno frequentate ma non per questo meno suggestive con le panciute inferiate di ferro battuto, le botteghe degli artigiani con i paralumi in broccato, le preziose specchiere intagliate e dorate, e i pizzi che rendevano la biancheria intima ricercata e voluttuosa. Poi l’insegna di un bar e alcuni tavolini ombreggiati da un tendone. Il caldo cominciava a farsi sentire, aveva sete si sedette aspettando il cameriere per ordinare un’acqua brillante.  Chissà…. chissà se era lo stesso bar di allora… di certo no, ma quella mattina di tanti anni prima era stato in un bar simile a quello che Patty si era avvicinata a due ragazzi per chiedere loro se avessero da accendere. Lei era l’unica che fumasse, ma al solito non aveva mai da accendere, le sembrò di rivederla quella scena…

“Scusa mi fai accendere?”

“What?”

“Siete inglesi?”

“I non capire… sorry…”

“Nicla, vieni qua sono inglesi… chiediglielo tu…”

Lei, che l’inglese lo parlava davvero e bene, andò seguita da una riluttante Francesca. La sigaretta di Patty fu subito accesa e tra una boccata e l’altra cominciò una lunga conversazione cosicché tutti e cinque familiarizzarono subito, tanto erano allegri, simpatici e disinvolti i due ragazzi. Non erano inglesi, quello che aveva parlato, che aveva detto ‘sorry’ era alto, magro, occhi azzurri e capelli acconciati alla moda dei Punk, ciocche lunghe e strisce rasate, disse che era olandese di Utrecht, l’altro morettino, capelli lunghi, occhi verdi e fisico da atleta era Lussemburghese. Avevano frequentato a Parigi un Erasmus dividendo la stessa camera e ora si concedevano una vacanza italiana prima di rientrate nelle rispettive case.

Parlando e mimando si presentarono reciprocamente e così le ragazze appresero che il Lussemburghese si chiamava Donald ma preferiva essere chiamato semplicemente Don. Era di origine italiana e, infatti, riusciva a dire qualche parola nella loro lingua e, tra uno strafalcione e l’altro, animava e rallegrava la conversazione, mentre il nome del biondo era Michel… e così tutti insieme s’incamminarono verso piazza della Signoria ma solo Francesca si attardava ad ammirare le opere d’arte che la attorniavano scattando qualche foro con la nuova Kodak. Presto arrivò mezzogiorno e la decisione di sfamarsi con una pizza e della coca cola proprio vicino al Ponte Vecchio la presero tutti assieme ridendo, parlando come capitava. Don sicuramente il clawn della situazione, si rivolgeva alle ragazze con fare burlesco ma gli occhi si soffermavano con insistenza sulle curve di Patty che ne subiva il fascino. Si quell’incontro cambiò a tutte e tre la vita; si in quel piccolo bar in una viuzza di Firenze! Le parole le tornarono alla mente, chiarissime.

“Ma siamo matte?” disse perentoria Francesca pensando come a un’ancora di salvezza alla camere che avevano prenotato.

“Io non so nemmeno se esistano queste ‘spiagge bianche’ … E poi dove sono” aggiunse già più possibilista Nicla.

“Dai ragazze buttiamoci, ma dove li troviamo due bei ragazzi cosi…” sentenziò Patrizia.

I due stranieri sembrava conoscessero bene quel posto denominato ‘le spiagge bianche’ e Don cercava di descriverlo con tutta l’enfasi possibile e con i pochi vocaboli che conosceva gesticolando e cambiando espressione del viso.

“Molto bello, like caraibi, molto vicino, Livorno… poco a sud, molto bello”

“Yes very fine, molto belo…” ribadiva Michel

“Dai andiamo…”

“Patty non abbiamo neanche tanti soldi volevamo stare tre giorni a Firenze… e poi chi glielo dice ai nostri…”

Francesca era la più caparbia voleva rimanere a Firenze, in fondo erano due sconosciuti, non bisognava fidarsi, li avevano appena incontrati…

Nicla si ricordava bene quando Francesca stanca di lottare contro l’insistenza di Patty e l’incertezza di Nicla a malincuore le disse “Va bene… allora Nicla decidi tu”

Decise lei e decise per il sì, una decisione senza senso come si prendono a vent’anni quando dentro tutto corre veloce e la vita sembra un gioco da giocarsela di fretta. Presero il treno per Livorno, poi, mentre aspettavano il pullman che li avrebbe portati a Vada, dove erano le spiagge bianche, fecero un po’ di provviste per una cena improvvisata. Francesca acquistò anche tre gettoni ed entrò per prima nella cabina della SIP per dare notizie a casa. Non raccontò bugie ma nemmeno disse tutta la verità, anche Nicla chiamò la mamma ma Patty non volle usare quel gettone. Sul pullman occuparono posto nell’ultima fila e cominciarono a cantare le canzoni dei Queen. Si stavano così divertendo che il viaggio sembrò loro cortissimo.  Arrivarono verso il tramonto; un tramonto davvero incantevole. Su un mare appena increspato il sole stava scomparendo tingendo di rosso fuoco il cielo. Ormai tutti i bagnanti avevano lasciato la spiaggia solo qualche solitario passeggiava in riva al mare nell’insenatura dove nel vicino porticciolo erano ormeggiate le barche dei pescatori pronte a salpare quando sarebbe nato un nuovo giorno. Posati gli zaini, fecero una specie di piccolo bivacco per poi saltellare sulla sabbia bianca e finissima e che sfiorava i loro piedi come una carezza di fuoco. Il sole era ormai scomparso dall’orizzonte e il mare da chiaro era diventato blu. Qua e là affioravano delle secche e i gabbiani rientravano a terra, al loro nido. Francesca guardava ammirata e fotografava il volteggiare di quegli uccelli e li indicò a Nicla per condividere con lei quell’emozione. Don e Michel in pochi minuti si spogliarono rimanendo in boxer e spruzzandosi entrarono in acqua mentre Patty faceva lentamente roteare in aria calzoni e maglietta rimanendo con un minuscolo slip nero destando ammirazione e desideri. Un’ancheggiante corsa e le acque limpide e trasparenti, davvero caraibiche avvolsero anche lei come in un abbraccio. La ragazza aveva palpabile la percezione dell’ammirazione che stava destando, non temeva confronti lei e se ne beò compiacendosi, poi chiamò a gran voce le due amiche. Che certo tacitamente disapprovavano quella sua tenuta pressoché adamitica, affinché la raggiungessero. Francesca riparandosi dietro una cabina indossò dei calzoncini e tenne il reggiseno, Nicla, meno pudica, restò con la biancheria intima ma i pizzi facevano intuire molto. Poi tutti si ritrovarono in un’acqua tiepida e cristallina tra risate e sguardi reciproci che tanto parlavano. Era un offrirsi e un mostrarsi come sanno esibirsi i giovani corpi che sanno di essere desiderabili. Michel istintivamente aveva compreso che Patty aveva già fatto la sua scelta e i suoi sguardi si concentrarono sulle invitanti forme di Nicla e diede inizio al ballo della seduzione. Rincorse, abbracci, sfioramenti, carezze audaci, scherzi bambineschi e tanta celata malizia coperta dal buio della notte che stava arrivando. Fu Don che interruppe quei palesi corteggiamenti gridando:

“Hey! I am very hungry”

E tutti corsero fuori cercando di arrivare prima agli zaini da dove uscì per tutti qualcosa per asciugarsi e cambiarsi.  Patty indossò dei pantaloncini corti con una maglietta, Nicla invece si mise la stessa gonna ma con l’elastico della vita, alto a coprirle il seno e la stoffa, secondo i movimenti, le si attaccava alla pelle o le fluttuava attorno rendendo il suo corpo provocante. Francesca prudentemente mise una leggera tuta verde che metteva in risalto il viso.

“Beautiful, vera Beautiful” le disse Michel accompagnando le parole con l’agitarsi della mano, ma non mollava lo sguardo da Nicla.  E mangiarono. Mangiarono con voracità e gusto tutto quello che avevano acquistato senza però riuscire a calmare un altro appetito che invece sembrava crescere dentro di loro.

Sì, se lo ricordava bene, anzi benissimo quello sguardo del ‘biondo’ Michel. Troppo insistente, troppo accattivante. Sì, andò proprio cosi, per colpa di quegli occhi azzurri che l’avevano stregata. Erano occhi che esprimevano tutta l’ammirazione e il desiderio di un uomo che una gonna a fiori sapientemente agitata aveva saputo far esplodere.… come era bello ricordare al rallentatore quella gita mentre il tempo scorreva veloce.   Guardava giovani coppie o gruppetti di ragazze che in quel piccolo bar sostavano parlottando tra di loro e poi via con un progetto da realizzare… Chissà se le ‘spiagge bianche’ ne facevano parte. Ora, dopo che erano passati tanti anni, ora che le emozioni e le sensazioni, che aveva sotterrato in fondo all’anima erano riemerse ebbe chiaro ciò che doveva fare: chiamò il cameriere ordino una ‘schiacciatina’ con le olive e una bottiglia d’acqua, pagò subito il conto e chiese la cortesia che le chiamasse un taxi per portarla a Vada.

“Cinque  minuti signora e il taxi sarà qui”

Nicla ringraziò cominciando a mangiare; era soddisfatta per quella decisione presa così d’impulso, anche se ripensandoci le pareva proprio assurda. Ma il corso degli eventi non si può fermare.

Tanti anni erano passati, ora poteva permettersi un’auto con autista e in poco meno di due ore sarebbe arrivata alle spiagge bianche il tempo non le mancava. Era perfettamente cosciente che ciò che stava facendo non aveva alcun senso se lo ripeteva continuamente, ma qualcosa la spingeva… chissà quante cose erano cambiate in tutti quegli anni, chissà, forse erano solo malinconie, nostalgie, desideri impossibili: sì, certo ma ora poteva; ora voleva farlo. Non c’era più stata, aveva come cancellato quel viaggio ma oggi voleva riviverlo, rivedere cosa poi non lo sapeva nemmeno lei, ma lo voleva. L’autista le chiese se preferiva fare l’autostrada o la superstrada FiPiLi ma a lei non interessava gli disse solo che voleva andare alle spiagge bianche di Vada e scegliesse lui il percorso. Quella sera… quella sera con il tramonto infuocato, le isole all’orizzonte, le risate i panini con il salame e il vino… si chiamava quel vino non lo ricordava, forse il Chianti, tutto acquistato in quella botteghetta davanti alla stazione, le canzoni di Elvis, la notte, calda, coinvolgente,già maledettamente coinvolgente. Patty e Don dopo quell’allegra cena si erano incamminati tenendosi per mano nell’oscurità della notte. Ben presto le loro figure erano scomparse dietro le alte dune di sabbia…

Francesca si era sdraiata, voleva osservare le stelle cadenti prima di dormire e lei… lei non si sottrasse a quegli occhi cosi penetranti

Lui le prese la mano mentre le sussurrava quelle parole che ogni ragazza sogna di sentirsi dire e poi il mistero dello straniero… per un attimo ebbe paura e allora pronunciò il nome di Francesca prima piano e poi più forte ma l’amica non le rispose. Nicla si rilassò e pose attenzione a quel parlare cosi diverso, parole che a volte lei non capiva, come non le capiva Francesca che voleva ascoltare ma ormai stava addormentandosi, ma che le sembravano note di una bella canzone. Un primo bacio piccolo, poi un altro più serrato, il seno che si ergeva, l’eccitazione di lui…

“Nicla… bela ragaza I love you…”

“Me too Michel… anch’io…”

Ma non era amore, era la follia di una notte magica, l’ebbrezza della libertà, il desiderio di un erotismo giovane, lo straordinario di quel ragazzo straniero che certo mai più avrebbe rivisto; come poteva dire di no mentre le labbra di lui catturavano le sue… Francesca dormiva… Michel la tirò a sé, sopra il telo da spiaggia che certo prudentemente aveva dispiegato… Maledetta quella gonna fiorita che impudentemente invitava la mano di Michel a esplorare tutto il suo corpo e ogni qualvolta sentiva il calore di quella mano o la dolcezza di quella bocca posarsi sulla sua pelle le pareva che cogliesse un fiore per donarglielo mentre lei lo lasciava fare guardandolo negli occhi. Avrebbe voluto dirgli di coglierli tutti quei fiori dal profumo inebriante; erano vicini, troppo vicini, lui l’abbracciò rotolandosi e allontanandosi sempre più da Francesca, erano vicini, ma poi non più vicini, uno nell’altro. La strada verso Vada correva veloce, gli occhi di Nicla erano velati di pianto, un pianto dolce, lieve, la testa appoggiata all’indietro come a rivivere quella notte; ma perché non diceva all’autista di tornare indietro? Perché voleva andare là? Là, alle spiagge bianche… erano passati cosi tanti anni… e Michel non lo aveva più rivisto né sentito; ma quella notte sì, lui fu un amante tenero, lei si sentiva in paradiso come ci si può sentire a vent’anni quando sogno e realtà si confondono e si fondono… Francesca dormiva… e lei lo amò… si fece amare come sempre aveva sognato, ma certo dopo, ritornando indietro a Firenze e poi nella sua Milano, capì che non era amore che non era stato amore, ma solo sogno, illusione d’amore. Ma allora… allora era amore… si amarono con passione e poi… non sentirono nemmeno Don e Patty che erano ritornati… si erano addormentati stretti, stretti…

Il taxi si stava avvicinando a Vada sentiva già nell’aria l’aspro odore della salsedine Ripensando a quella notte, rivivendo nei dettagli quelle sensazione si domandò quando fosse maturata in lei la consapevolezza che quella notte vissuta con tanta intensità non fosse stato amore, ma solo il sogno, l’illusione dell’amore che cercava e sorprendendosi si rese conto che quel sogno lei aveva inconsciamente continuato a cullarlo nel profondo del suo essere. Ora era venuto il momento di guardare la realtà con occhi diversi. Da quella notte erano passati ventitré anni era stata una notte in cui, impercettibilmente, avevano cominciato ad allontanarsi a crescere a sceglier strade diverse. Già il loro ritorno a Firenze fu più silenzioso con scoppi di improvvisa falsa allegria e ritornate a Milano forse per pudore cercarono di evitare di parlare di quella sera, di quella magnifica notte Ora se ne accorgeva… la voce del taxista la riscosse dai suoi pensieri

“Signora stiamo arrivando a Vada, dove mi devo fermare?”

“Alle spiagge bianche…”

Il suo sguardo spaziava fuori dal finestrino alla timorosa ricerca di luoghi conosciuti, ma erano passati così tanti anni e non erano certamente le case o le insegne che la sua mente aveva incasellato. Ecco qualcosa riemergeva, sì c’era quel grande stabilimento anche allora, produceva soda si ricordava. Alla luce del Sole aveva un aspetto sinistro e poi tutto così sbarrato le fece pensare a un gigante imprigionato. L’autista le chiese:

“Vuole davvero arrivare sulla spiaggia?”

Gli rispose con un cenno di affermazione e un sorriso. La macchina si fermò in un parcheggio, ‘Lillatro’ si chiamava; si ricordava di aver letto anche allora quel nome buffo… scese, lasciando il trolley sul sedile posteriore

“Mi aspetti per favore… mi tratterrò molto!”

Arrivò sulla spiaggia, si tolse i sandali sentendosi ancor più ridicola nel camminare scalza su quella sabbia rovente, con quell’elegante tailleur di lino color verde mela, erano gli stessi saltelli che l’avvicinavano al mare come allora… nulla e tutto era cambiato! Il Sole, aveva già iniziato la sua parabola discendente ma continuava a mandare i suoi raggi infuocati.  La spiaggia era affollata da turisti, molti facevano il bagno… il mare, quello si, era azzurro e trasparente come allora… le giunsero le grida e le risa di giovani che si spruzzavano nell’acqua ma non c’era la voce di Michel che le diceva “Nicla Beautiful” e poi quella voce non se la ricordava nemmeno più. Cominciò a camminare lentamente sul bagnasciuga cercando la frescura dell’acqua, andava avanti sempre avanti guardandosi intorno e sentendo su di sé lo sguardo interrogativo e il chiacchiericcio delle donne con quel ridicolo ‘dè’ che intercalavano continuamente e certo stavano facendo commenti su di lei,ma non le degnò nemmeno di uno sguardo.  Percepiva invece le sbirciate di ammirazione degli uomini e questo non la disturbava affatto. Improvvisamente si fermò, là dove la spiaggia terminava c’era qualcosa di indistintamente noto che le fece pensare che quello potesse essere il posto! Lo raggiunse si guardò intorno girandosi lentamente Solo allora avvertì forte il calore della sabbia che le stava bruciando i piedi. Si infilò i sandali: il posto poteva essere quello o magari no, sembrava tutto uguale.  Non era così importante sapere dove, ma come e perché era successo e questo, lei lo aveva sempre saputo.

Fece un grande respiro, chiuse gli occhi, passarono pochi attimi o forse vent’anni, come in un film accelerato e tornò indietro. Mamma mia quanto aveva camminato e come le pareva lontana la macchina. Ebbe paura che l’autista se ne fosse andato e l’avesse lasciata sola. Si mise a correre, incespicò e cadde, qualcuno la aiutò a rialzarsi e senza nemmeno scuotersi quella sabbia bianca che le si era appiccicata addosso riprese la sua corsa mentre i tacchi sprofondavano sempre di più intralciandola nei movimenti.

La ragione le diceva che l’autista la stava sicuramente aspettando o che un’altra macchina l’avrebbe trovata ma, tuttavia, continuava a correre senza capirne il motivo e neppure poteva fermarsi. Chissà forse voleva cancellare il passato o riviverlo, il cuore le batteva forte e si sentiva soffocare. Il correre? L’emozione? L’essere dopo tanti anni e per la prima volta ancora lì… maledetto l’assessore che aveva cancellato l’incontro. L’autista le andò incontro, la sostenne, l’aiutò a ricomporsi e a salire in macchina dicendole bonariamente:

“Credevo non tornasse più… desidera qualcosa?”

“Mi scusi non mi sono accorta del tempo che passava così in fretta.  Non mi serve nulla mi porti a Firenze… all’hotel Baglioni per favore”

Il ritorno verso Firenze fu ancora più veloce. Nicla, con la fronte appoggiata al finestrino cercava di placare quel calore che le bruciava dentro. Non si voltò mai indietro e si lasciò alle spalle le spiagge bianche di Vada e il suo passato.

Finalmente sorrise… già il suo passato… ma le sarebbe stato impossibile… a Milano un atletico ragazzo biondo come il padre e con gli stessi occhi azzurri la stava aspettando. Insieme sarebbero partiti per una vacanza in sud Africa . Michel non l‘aveva mai saputo… Michel non aveva mai saputo che quella notte sulle spiagge bianche, l’amore lo aveva fatto diventare padre…

Nicla lo volle quel figlio, lo volle accettando il biasimo di sua madre i suggerimenti di Patty e il preoccupato silenzio di Francesca Lo volle e diventò lo scopo della sua vita. Le spiagge bianche, una notte d’amore le avevano cambiato e per sempre la vita. Il viaggio che la riportava a Firenze fu solo un viaggiare nei ricordi. Dopo un mese da quella notte cominciò a sospettare che… Francesca e Patrizia ci ridevano su, per loro era impossibile che fosse incinta e sua madre poi…

“Ma che dici, sarà un salto, ti è già successo anche l’anno scorso e poi, scusa non sei nemmeno fidanzata, come fai a essere incinta?”

Già fidanzata non lo era davvero! Cosa poteva raccontare alla mamma. Quella mattina lontana fu lo stridio dei gabbiani a svegliarla, erano tanti, famelici e si buttavano in mare a pesca di piccoli muggini. Il Sole stava disegnandosi dietro le colline che guardavano il mare, una nuova giornata stava iniziando. Accanto a lei in parte coperto da una gonna fiorita un bel ragazzo giaceva nudo come lo era lei del resto. Ci vollero alcuni secondi per capire che con quel ragazzo sconosciuto che diceva di chiamarsi Michel lei aveva fatto l’amore con tenerezza, con passione, con audacia…

No, era impossibile. Voleva negarlo ma sapeva che, sì, lo aveva fatto e arrossì pensando a quei momenti irripetibili. Lentamente si guardò attorno… ora ricordava tutto. S’infilò le mutandine e corse in acqua volando su quella sabbia bianca che ancora conservava la frescura della notte. Un brivido l’avvolse tutta e prese a strofinarsi il corpo con vigore per riacquistare calore ma anche come a voler toglier dal suo corpo qualcosa che rivelasse ciò che lei aveva liberamente voluto. Poi con ampie bracciate si diresse verso il largo. Era una brava nuotatrice, il ritmo la impegnava, era come un lavarsi la mente e di questo ne aveva davvero bisogno. Poi cominciò ad accusare una piacevole stanchezza, girandosi verso terra vide gli altri in piedi che stavano radunando le cose sparse e riempiendo gli zaini. Francesca si sbracciava chiamandola. Alzò un braccio in segno di saluto e puntò veloce verso di loro. Michel venne ad attenderla vicino a riva, un tenero bacetto sulle labbra mentre risalivano a terra fu il suo buongiorno.

Nicla ringraziò Francesca che aveva preparato anche il suo zaino e poi fu il momento di andare alla fermata del pullman per raggiungere Livorno mentre i ragazzi come avevano detto sarebbero andati a Roma facendo l’autostop.

Ad un’anonima fermata d’autobus ci fu lo scambio dei saluti con baci, abbracci, battute. Mentre salivano Don dette qualcosa a Patty e lei mise subito il pacchettino nello zaino. L’autobus partì. D’impulso, Nicla scrisse il suo numero del telefono e l’indirizzo di casa su un foglietto, si affacciò al finestrino e urlò il nome di Michel lanciandolo… lui agitò la mano… poi non lo vide più…

Quanti anni erano passati con fatica, dolore, determinazione. La scelta della facoltà di architettura tra una nausea e l’altra di una gravidanza non semplice. La laurea conseguita con tanta difficoltà studiando con Marco in braccio e su libri macchiati di rigurgiti o di pappa e poi quel corso di stilista che si era impuntata a fare… Ma anche di soddisfazioni che il suo bambino giorno dopo giorno le dava. Ora tutto era diverso, Nicla lavorando come una matta aveva preso in mano la camiceria della mamma e della zia. Quel corso di stilista le aveva permesso di creare camicette da donna veramente sfiziose ma soprattutto nelle camice da uomo aveva portato un tocco di originalità che aveva incontrato il consenso del pubblico.

Così quando Marco cominciò a frequentare lo stesso suo liceo, lei ebbe il coraggio e la forza morale di dare una svolta al piccolo negozio. Ora era diventata importante, esponeva a “Pitti uomo’”i soldi non mancavano ma era una donna sola.… chissà si chiese se il suo cuore di donna avrebbe battuto ancora come quella notte, chissà se un uomo avrebbe potuto amarla come lei desiderava essere amata. Sì, certo uomini intorno ne aveva avuti, ma lei non era pronta, per anni non lo era stata. Ora chissà… chissà… era la prima volta che davvero sentiva il bisogno di essere amata, di essere una donna normale, come le altre, con un marito con cui litigare per poi fare la pace, con delle vacanze o dei viaggi da programmare insieme, con dei piccoli progetti da realizzare o il mutuo da pagare…

Il suo uomo fino a ora era stato Marco e in lui aveva trovato la forza di andare avanti dopo la morte della mamma seguita da quella della zia.  Anche Patty se ne era andata troppo presto. Si era persa in fantasie rivoluzionarie, era entrata in gruppi anarchici, fu anche arrestata, poi il recupero dalla droga… fino alla morte in un paese straniero e dopo tante sofferenze per una malattia devastante l’AIDS che si pronunciava sottovoce come una vergogna. Nicla lo seppe quasi per caso leggendo il “Corriere della sera”. Forse quella notte sulle spiagge bianche, Don non le aveva dato solo amore ma anche qualcosa che poi la portò alla morte; Francesca lo aveva intuito subito e glielo disse su quel treno che le riportava a Milano.

“Credi che non me ne sia accorta. Patty smettila con quella robaccia che Don ti ha dato… si comincia con uno spinello e poi chissà come si finisce…”

Patrizia aveva riso, si era schernita ma quando seppe che Nicla era tornata incinta glielo rinfacciò ridendo un po’ sarcastica.

“Meno male che dovevo essere io a stare attenta…”

Erano così legate al liceo… ma dopo quel viaggio i loro rapporti cominciarono a rallentarsi. Non erano più ragazzine ma donne che si affacciavano alla vita con scelte che avevano un che di definitivo. Questo era inevitabile e questo Nicla lo sperimentava giorno dopo giorno. La sua gravidanza, gli esami da dare, la camiceria in cui lavorare, non aveva certo tempo per le amiche. Ma Francesca, che da sempre stravedeva per lei, voleva mantenere viva quella amicizia e così era sempre lei a cercarla, ad andarla a trovare a raccontarle delle peripezie di Patty. Francesca, così studiosa, aveva rinunciato all’Accademia delle belle arti e anche ad iscriversi all’università a Milano per lavorare nell’azienda d’arredamento del padre. Si vedevano sempre a Natale per scambiarsi un dono come per i compleanni. Nicla aveva assistito al matrimonio dell’amica con un ingegnere romano che aveva una piccola ditta di ristrutturazioni.

Era stata anche invitata al battesimo delle due bambine che erano nate a breve distanza l’una dall’altra. La più grande l’aveva chiamata Nicla.  Quante volte Francesca si era rivolta a lei per avere consigli su come crescere le sue bambine più piccole di Marco. A volte si per delle cene tra donne. Cara e solida Francesca un po’ Nicla la invidiava e certo molto la ammirava.

La macchina filava veloce nella superstrada FiPiLi ma lei era così assorta nei suoi ricordi che non notava le dolci colline ricche di pini o i grandi prati dove le mandrie pascolavano che le sfilavano davanti. Rispose gentilmente di no all’autista che le chiedeva se avesse voluto fermarsi per un caffè. Lei desiderava andare direttamente al Baglioni dove aveva prenotato la camera. Arrivarono a Firenze che era già sera. Nicla pagò all’autista lo somma richiesta, prese il suo trolley leggero e con la borsa a tracolla attraversò la hall, si fermò per sbrigare le formalità poi prendendo le chiavi disse.

“Per favore mi mandi in camera una caprese, della macedonia e un bricco di te”

Un ragazzino impettito nella sua sgargiante divisa le si affiancò per accompagnarla all’ascensore. La camera immersa in una fresca penombra, l’accolse come in un l’abbracciò ristoratore. Lilium di un tenue rosa sapientemente intrecciati a tralci di gelsomino spandevano nell’aria un tenue profumo. Appoggiò con cura borsa e trolley vicino al divanetto, si tolse i sandali e quasi camminando in punta di piedi fece un giro intorno al letto ispezionando ogni cosa e nello stesso tempo la sua mente andava ad una stanzetta con tre letti incastrati tra loro che le avevano accolte in quella lontana vacanza. Andò alla finestra credendo di affacciarsi in quel misero cortiletto interno di allora ma si trovò di fronte alla vasta Piazza dell’Unità d’Italia circondata da imponenti palazzi e dalla fiancata di Santa Maria Novella. Si emozionò come sempre si emozionava davanti alle cose belle, poi sospirò profondamente dicendosi con orgoglio

“Nicla se sei qui il merito è tutto tuo…”

Un leggero tocco alla porta le annunciò che la cena era arrivata. In un attimo il cameriere predispose con cura ciò che aveva ordinato poi, cerimonioso, chiese.

“Tutto a posto? Serve altro?”

“Tutto a posto” gli rispose sbrigativa Nicla allungandogli la mancia; improvvisamente il suo corpo sentiva una grande fame. Mangiò con gusto e con voracità, quasi a saziarsi di tutto quel cibo che le era mancato. Solo allora si sentì stanca, stanca per le troppe e diverse emozioni che improvvisamente aveva richiamato alla mente, ma sapeva quello che doveva fare…

Chiuse gli occhi per un po’ massaggiandosi le tempie poi si alzò: una bella doccia, ecco cosa ci voleva per lavare il corpo e la mente. L’acqua inizialmente tiepida divenne presto caldissima proprio come piaceva a lei, si cosparse il corpo di bagnoschiuma tenuemente profumato e cominciò a massaggiarsi con forza sotto a quell’acqua minuta, calda pioggia che portava via minuscoli granelli di sabbia bianca che le si erano appiccicati addosso in giorni, mesi, anni. Aveva bisogno di sentire quell’acqua scorrerle lungo il bel corpo. Si trattenne così a lungo che la stanza si era trasformata in una sauna di vapore.

Ecco ora si sentiva rigenerata. Un accappatoio soffice, enorme, rosa l’abbracciò come un tenero amante. Senti il bisogno, così avvolta nell’accappatoio, di buttarsi nel letto e riposare un po’. Com’era grande quel letto e com’era vuoto! Perché nel suo letto nessuno uomo le si era steso accanto per donarle amore… o era stata lei così presa dal quel figlio, dal lavoro che sempre incalzava, da quel suo orgoglio che le imponeva di voler fare tutto da sola senza vedere le mano tese verso di lei… a chiudere ogni porta. Sicuramente la sua solitudine non era dovuta a quel piccolo esserino che si era annunciato. Lei lo aveva voluto da subito. Era stata anche fortunata perché la zia l’aveva sempre sostenuta e incoraggiata mentre la mamma…

Già, la mamma era stata dura per tutto il periodo della gravidanza poi anche lei si era addolcita con i sorrisi di Marco. Nicla aveva giurato a se stessa che ce l’avrebbe fatta anche da sola. Si era iscritta all’università, studiava la notte, magari cullando o allattando Marco e poi tutta la settimana in camiceria a creare, disegnare, tagliare, lavorare alle macchine e quasi sempre con il box, il tavolinetto, la cartella con i compiti di Marco che cresceva al suo fianco. Spesso lavorava anche al Sabato e la Domenica, facendo l’aiuto vetrinista alla Rinascente assieme a Giorgio un ragazzo che aveva conosciuto frequentando il corso di stilista. Già da allora s’intuiva che genio fosse.

Lui era gentile e prodigo di consigli, a volte mangiavano una pizza insieme e parlavano di lavoro, lavoro, lavoro, altro no. Lui era affettuoso ma certo non era interessato a lei, e più in generale alle donne, lui era diverso, geniale ma diverso; e Giorgio col passare degli anni ne aveva fatta di strada ma non aveva mai smesso di incoraggiarla di farle capire che il tempo della vecchia camiciaia era finito e che doveva pensare in grande…

Lui era stato un fratello e un ottimo consigliere. Aveva cominciato a commissionarle lavoro su lavoro, le era stato accanto quando aveva acquistato il grande capannone dove un giorno si sarebbe trasferita la sua ditta…

Si sentivano spesso e ricordavano i bei tempi. Sì, altri uomini si erano avvicinati ma per lei c’era stato solo il bambino ed il lavoro, sembrava che tutto il suo ardore, tutta la sua passione si fosse bruciata quella notte sulle spiagge bianche di Vada. Ma quella notte, in quel lettone vuoto di Firenze non avrebbe voluto essere sola, avrebbe voluto sentire le braccia di un uomo serrarla, avrebbe voluto guardarlo teneramente per leggere negli occhi il suo desiderio per lei…

Certo, c’era stato anche l’incontro con Tomas ma più di dieci anni prima. Fu Francesca a presentarglielo con la scusa di un invito a cena tra amiche e Nicla aveva accettato con gioia. Nonna e zia si erano prestate a fare le babysitter a Marco che desiderava immensamente quelle occasioni. Tomas era certamente un bell’uomo, intraprendente, volitivo, colto proprio il tipo che sarebbe piaciuto a Nicla e questo Francesca lo sapeva. Cosi uscirono alcune volte e, dopo tanto tempo, Nicla sentì battere dentro quel cuore che si era come congelato, qualcosa di diverso. Tommaso Consigli si chiamava, i suoi baci erano sinceri, tanto il suo vigore, forte e tenero nel comportamento e lei finalmente senti rinascere la passione, il desiderio. Sì, era bello essere amata da un uomo cosi…

“Ma era amore?” si chiedeva dopo ogni incontro.

Era amore o solo passione, era voglia di un uomo? Solo quello? E lui, la amava davvero come le ripeteva ossessivamente o era solo il desiderio di averla: troppi dubbi, troppe paure confidava a Francesca.

“Ma insomma cosa vuoi di più!… Davvero non ti riconosco! Ma come sei cambiata, da ragazza dicevi che la cosa più bella del mondo sarebbe stato l’amore libero, senza impegni…”

Lei rimaneva zitta e ascoltava l’amica divertita.

“Ma dai non ti ricordi?” si arrabbiava Francesca “solo eros e risate, dicevi,ed ora tutti questi dubbi…. Sì, si ti ama, è un bell’uomo sta anche bene economicamente magari finalmente potresti riposarti un po’,dai, cos’è che non va; non mi dire che è troppo insomma un po’ troppo ‘moscetto’ a letto perché con la fama che ha….”

“Ma no, no Francesca è perfetto“ le ripeteva abbracciandola “e non certo ‘moscetto’ come dici tu, già l’amore libero… forse quello mi ha fregato, su quelle spiagge bianche tanti anni fa… ma non rimpiango nulla sai… e poi ho Marco… il lavoro…”

No, non era andata e a Tomas glielo disse una sera, ma prima di far l’amore, non dopo, prima sinceramente e lealmente che sarebbe stato meglio non vedersi più che lei temeva di non farcela e non voleva ingannarlo, ne ingannarsi…

Quel letto, però, nella camera del Baglioni era maledettamente vuoto, il cuore le batteva, ansimava, slacciò l’’accappatoio, prese il cuscino vicino al suo poi, nuda come era, lo mise tra le cosce che lentamente si erano aperte, stringendolo forte con le gambe, le sembrò di pronunciare poche sillabe…

”Sì, Si… Si…” era il suo desiderio, la voglia di sentirsi ancora una volta donna, sentire l’ansimare di un uomo sopra di sé… e si sentì le guance bagnare di pianto… e senti il sudore del desiderio… la voglia di urlare e allora si amò, amando l’amore… poi poco dopo si addormentò esausta.

Il trillo della suoneria del cellulare la svegliò, lo cercò affannosamente seguendo il suono, lo aveva lasciato nel bagno ma quando lo prese in mano, aveva già smesso di suonare.

“Accidenti” disse “basta abbandonarti per un attimo nei posti più impensati??!? Oddio un attimo? Forse un po’ di più!” e sorrise tra sé.

Il numero le era sconosciuto ma c’era un messaggio di Marco e subito lo lesse

“Ciao mammina, stasera non dormirò a casa, dopo il cinema andremo da Lucio e dormiremo da lui in mansarda… bacioni.”

Andremo, dormiremo… ma con chi? Si domandò Nicla. Meglio farsi sentire, no magari meglio un sms.

“Ciao Marco, ok tutto ok, solo tu e Lucio?” chissà se risponderà si disse.  Il cellulare suonò di nuovo e lei rispose un po’ incuriosita:

“Ciao Nicla sono Gianni, Giovanni Viganò, ci siamo conosciuti a Milano Moda ci ha presentato il tuo amico Giorgio, ho parlato con lui… mi ha detto che è un po’ che non ti sente… anch’io sono a Firenze… E so che tu ci sei… vero?“

“Si che piacere, mi ricordo perfettamente“ rispose mentre cercava di mettere a fuoco e continuò “si è davvero un po’ che non sento Giorgio…”

Ora ricordava quell’uomo “Tutto bene? Ma dimmi…”

“Visto che l’incontro a cui dovevamo partecipare è stato rimandato e domani avremo una giornata libera, mi… mi piacerebbe passarla con te… cosi magari parliamo un po’ di lavoro, e di altro… un po’ di relax… dai”

Nicla ascoltava in silenzio e l’uomo continuò

“Mi hanno consigliato un ottimo ristorante, ‘La Barcaccina’ a Vada, una bella gita verso il mare su una strada super panoramica, una piccola vacanza prima di  immergerci nel lavoro e poi, sai lì c’è un bellissimo tramonto e delle magnifiche spiagge bianche….”

Nicla sorrise tra se e se prima di rispondere, uno strano destino si stava ripetendo? “incredibile” si disse a bassa voce…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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