Borotou

Borotou

 

Borotou! Chissà dove si trovava questo villaggio dallo strano nome. Ero arrivato ad Abdjian la mattina presto con un volo diretto da Roma e all’hotel, Costa d’avorio, uno dei più belli che fino allora avessi visto, non avevo ancora chiesto informazioni e cosi  me ne andai giù in piscina per rilassarmi un po’. La sera a cena avrei incontrato Sheba Ma, la persona con la quale sarei poi dovuto andare a Borotou il giorno dopo.

Ero già stato altre volte in africa nera, ma in Costa d’Avorio c’era la sensazione di essere in un paese migliore, più ordinato, forse i francesi che ancora erano presenti, anche se il paese era ormai indipendente, facevano sentire la loro presenza ed il loro stile di vita. Arrivò la sera, quelle sere africane cosi diverse dalle nostre…tutto a forti tinte, tutto fortemente profumato, ed il cielo rosso contrastava con l’azzurro duro del mare. I fiori rossi sono di un rosso inusuale, a larghi petali, con pistilli gialli. I fiori azzurri cangiano dal blu al celeste ed il profumo inebria, l’aria è pervasa, per noi europei o “bianchi” o come ci chiamano i locali, da una strana atmosfera umida calda come primordiale e materna, un’atmosfera che avevo già avuto occasione di vivere e che ogni volta sentivo sempre più mia.

Prima di andare a cena rimasi un po’ in camera, poi, andai sul balcone per scattare alcune foto : la laguna di Abdjian è bellissima e la sera grossi pipistrelli, come colombi, volano da una parte all’altra in cerca di insetti, ripulendo il cielo. Non sono brutti, anzi, sembrano e sono antichi mammiferi che hanno imparato a volare e che qui convivono con l’uomo da tempo immemorabile, rispettandosi vicendevolmente.

Si é pervasi da una strana, inusuale sensazione quando siamo nella cosiddetta Africa nera (la vera Africa) e, in modo assolutamente particolare, alla sera quando inizia il tramonto; il Sole sulla verticale cade abbastanza rapidamente, a differenza che sul mar Tirreno ed il cangiare dei colori é più rapido, poi il rosso infiamma l’orizzonte, il vento caldo della sera arriva dal mare e ci si sente come riproiettati indietro nel tempo. Questo era ciò che sentivo in me quella sera, felice di essere lì; un posto che mai avrei immaginato di visitare; in una atmosfera che mai avrei immaginato di assaporare……

La cena fu tutta dedicata al lavoro e cosi imparai da Sheba Ma, dove fosse Borotou e che per andarci, al mattino dopo, ci sarebbe voluto l’aereo; era nata, la piccola città, proprio al nord del paese, disboscando la foresta per iniziare una massiccia coltivazione di canna da zucchero con l’aiuto dei tecnici cubani. Lo scopo del mio viaggio era quello di prendere visione, per poi progettare e realizzare il condizionamento dell’aria degli edifici più importanti: edifici tutti a piano terra realizzati con tecniche di prefabbricazione. Ci accordammo un po’ su tutto e ci demmo appuntamento per la mattina dopo, molto presto e cosi fu che il mattino seguente, con un fuoristrada insieme ad Sheba Ma, mi recai all’aeroporto.  Niente check-in, direttamente sulla pista, mi chiedevo che strana procedura fosse quella; lo capii subito quando il fuoristrada si fermò alla scaletta di un piccolo aereo Piper, e il mio compagno di viaggio mi fece cenno che eravamo arrivati. Un po’ incredulo e molto sorpreso non feci domande, ma ne stavo facendo un sacco a me stesso. Fino allora avevo pensato che avessi dovuto volare con un normale aereo di linea, con tutto quello che ne consegue, invece stava per iniziare una delle più stupefacenti avventure della mia vita. Salimmo a bordo, abbassando la testa per non sbattere nella porta di ingresso : il pilota, e solo lui, era già al suo posto; c’erano quattro piccole poltroncine; ci fu fatto segno di piazzare il bagaglio che avevamo, dove fosse stato possibile e fummo invitati a sederci con le cinture allacciate. Sorrisi a Sheba Ma…. lui contraccambiò….il pilota si girò verso di noi chiedendo in francese “Tutto a posto ? Andiamo ?”

“Si, tutto a posto”

Rispose Sheba Ma, anticipando una risposta che io non avrei mai dato. E cosi il motore, che già era in moto, cominciò a far rullare il Piper e dopo poco si senti nella schiena il colpetto del decollo. Era la prima volta che volavo in quelle condizioni ed i sentimenti di paura e di meraviglia si mescolavano inducendomi a guardar fuori lo spettacolo della città che si allontanava. Sheba Ma, si abbassò il cappello sugli occhi e mi dette l’impressione che volesse dormire o comunque di non voler essere disturbato. Raggiungemmo una quota che io stimai in cerca mille metri non di più, poi l’aereo cominciò a volteggiare con ampie curve, senza però seguire la rotta di partenza. Sotto, la foresta si mescolava con piccole e grandi radure, la terra era rossa e si staccava violentemente dal verde dei grand alberi; ogni tanto si vedevano mandrie di bufali al pascolo. Trascorsi quattro o cinque minuti, di queste manovre, non ce la fei più e chiesi al pilota.

“Scusi ma a me sembra che giriamo un po’ intorno….”

“Si, sto cercando il fiume che dovremo seguire  per andare a Borotou ”

“Ah, grazie ”

Grazie? Ma cosa stavo dicendo!? Come, cercare il fiume? Ma non aveva una rotta? non aveva comunicato all’aeroporto di Borotou che stavamo arrivando? Seguire il fiume? Ma che razza di pilota era? Andava a “naso”? anzi, ora ero certo stavamo volando a vista, si era anche un po’ abbassato di quota, era chiarissimo, avremmo segiuto il corso di un fiume che arrivava da Borotou e che andava a sboccare in mare nella laguna di Adbjian : e nessuno me lo aveva detto!

Finalmente il fiume apparve….ed infatti l’aereo a quel punto ne segui le anse ed il percorso. Volavamo ormai da un’ora circa; Sheba Ma continuava a dormire  ed il pilota, staccandosi un po’ dal fiume, cominciò a volare in tondo alzandosi ed abbassandosi di quota, non feci domande, e seppi dopo il perché di quella strana manovra. Poi puntò decisamente dritto iniziando la discesa per l’atterraggio; io non vedevo nessuna pista e nessun aeroporto, non li vedevo proprio e non potevo vederli, semplicemente perché …..non c’erano! Ciò che vidi e sulla quale puntò il Piper era una striscia di terra rossa tra gli alberi della foresta : era li che dovevamo atterrare. Ma perché nessuno me lo aveva detto ? Mi vennero in mente mille cose, mille pensieri, certo lo avrei raccontato ai miei nipotini…..se me la fossi cavata…….

Ovviamente tutto andò bene, scendemmo a terra (io felicissimo), Sheba Ma, appena svegliato ed il pilota, voglioso di ripartire, dopo aver dato un’occhiata a due piccoli fuochi, laterali alla pista, molto fumosi, che a lui servivano per conoscere la direzione del vento. Ci stava aspettando un fuoristrada, salimmo verso Borotou; nei pochi minuti di percorso chiesi molte cose a Sheba Ma e cosi seppi che i giri sul villaggio erano serviti ad avvisare che stavamo per atterrare, e che dovevano essere accesi i fuochi con il fumo per indicare la direzione da prendere. Certo che avessi immaginato che sarei dovuto andare a Borotou, in aereo e che lì non c’era aeroporto……

La giornata fu intensa e piena di lavoro, cosi la sera chiesi al mio accompagnatore di liberarmi da impegni sociali perché avrei voluto riposare nel mio alloggio. Sheba Ma comprese e mi assicurò che alla diplomazia ci avrebbe pensato lui, ma che certo il giorno dopo non avrei potuto sottrarmi perché l’arrivo di una persona importante dall’Europa non era fatto di tutti giorni e quindi…

Ci separammo; andai nel mio alloggio, sfinito ma sereno, il lavoro andava bene; io ero lì, al centro dell’Africa nera, in una foresta mille volte immaginata e mai vissuta, c’ero, incredibile, ma vero. Una doccia, qualcosa dal frigobar, un sonnellino. Mi svegliai un paio d’ore dopo, era già buio e faceva caldo, andai sulla veranda della piccola villetta. Intorno si vedevano ancora i fiori coloratissimi ed aperti, il cielo era nero, nerissimo e le stelle sembrava si potessero toccare. Silenzio, un silenzio mai avvertito prima in vita mia….un forte odore di terra….e quel cielo nerissimo pieno di stelle sconosciute e costellazioni che vedevo per la prima volta. Il cuore mi batteva forte mi sentivo cosi lontano dai miei luoghi familiari….ero cosi lontano…..ma dov’ero? Quale magia mi aveva portato lì? Certo il lavoro, ovvio, ma non era quello che stavo pensando, mi sembrava come un volo dell’anima più che del corpo, uno spostarsi nel tempo oltre che nello spazio. Ed i minuti passavano veloci, non mi stancavo di odorare l’aria e la terra, guardare il cielo….scesi  i gradini della veranda, facendo pochi passi, sentivo la voglia ed il timore di andare; già ma poi, andare dove, se lì a pochi metri c’era solo la foresta; mi incamminai un po’ ; una luce che proveniva da una finestra di una villetta illuminava intorno; mi appoggiai ad un grande albero, ammirato per ciò che mi circondava……che pace! e che senso di appartenenza alla terra ! e come erano vicine le stelle, ed io ero lì, immerso nel tutto e separato dal tutto.

Alle mie spalle sentii come aprire una porta e si allungò la luce emessa dalla villetta.

Lentamente, molto lentamente mi voltai, ma non riuscivo bene a vedere o a capire; nella luce mi sembrava di vedere una figura femminile che avanzava con regale lentezza; allora mi spostai e vidi, davvero una donna; una donna? No, una dea ! Nera, alta, con un lungo vestito coloratissimo, i capelli raccolti in alto, in mano aveva qualcosa….si stava avvicinando…..spontaneamente sorrisi, ed un altro sorriso mi raggiunse. Mi mossi anch’io; ora eravamo vicino. Le labbra incorniciavano denti bianchissimi e perfetti, il sorriso rassicurante; non stavo sognando; lì nella foresta africana stavo incontrando una dea? Allora esistevano!

“Buonasera ” dissi senza nemmeno rendermi conto di quello che dicevo “Buonasera, sono qui per lavoro…..”

“Buonasera” mi rispose in francese ” Forse vorrà bere acqua fresca?”

Allora era umana; era viva….cosi, con timore iniziò, una conversazione fatta di domande da parte sua e risposte da parte mia.

“Si, sono italiano….si, faremo qui un bel lavoro, si ripartirò dopo domani….. e tu? vivi qui? Come ti chiami?”

Non rispondeva  su chi fosse o su cosa facesse, mi disse che si chiamava Abuà, questo si, questo me lo disse, i minuti volavano. Seduti sui gradini della veranda, parlavo, parlavo del mio mondo, di dove vivevo; lei si mostrava interessatissima….poi, quasi senza che me ne accorgessi, mi prese la mano tra le sue, accarezzandola; gli sguardi si incrociavano ed il mio cuore impazziva : cosa stava succedendo? Era tornata ad essere una dea? Il cielo era ancora più nero, le stelle ancora più vicine, il profumo della terra ancora più intenso, il nero dei suoi occhi lucidissimo, le labbra sempre più rosse ed il mio cuore batteva, non parlavamo e lei avvicinandosi guardava il verde dei miei occhi, come a leggerci dentro qualcosa; un qualcosa che da sempre si chiama desiderio e che ora lì, nella foresta africana, nella notte delle stelle, doveva essere esplicito e leggibile da una donna che lì era nata e che di quella terra era figlia.

Mi accarezzò teneramente la guancia sorridendo, forse, per la mia barba incolta, e le sue dita mi sfiorarono le labbra.

“Abuà, mi chiamo Abuà, non dimenticarlo….”

“No, certo…..tutto qui é strano…..”

“E’ l’Africa….”

Si alzò e tenendomi per mano si incamminò verso la porta della sua villetta; qualcosa di magico mi impediva di staccarmi, o no, era semplicemente tutto naturale e quel profumo della terra e di lei che ormai sentivo in me…..la caraffa dell’acqua era rimasta la sotto quel grande albero e noi, noi due eravamo soli…..il suo profumo era forte attraente. L’inaspettato, il nuovo, stava accadendo, laggiù in quella foresta africana, ed io ero lì…..si, non sapevo perché, ma io ero lì.

I due giorni di lavoro trascorsero veloci, la villetta di Abuà rimase sempre chiusa, ed io con Sheba Ma tornai verso Adbjian; ormai la missione era terminata. Il mattino dopo avrei preso il volo per l’Italia. All’aeroporto la confusione era tanta e la solita, Sheba Ma mi aveva salutato ed io ero in fila per il ceck-in; in mano avevo il mio biglietto di classe economica ed il passaporto, quando due poliziotti locali si avvicinarono chiedendomi di mostrare loro entrambi i documenti. Sapevo, per esperienza, che in qusti casi bisogna sorridere ed accondiscendere senza chiedere troppe spiegazioni. Tornarono dopo alcuni minuti consegnandomi il tutto ed invitandomi a seguirli verso l’accettazione della 1° classe e facendo spostare chi in quella fila mi precedeva: chiesi a quel punto cosa stava succedendo e mi fu mostrato il mio nuovo biglietto: Adbjian-Roma, via Dakar, 1° classe.

Ok, ok, perché no, mi dissi, in fondo fare una sosta a Dakar non era un problema e cambiare di classe, mi andava benissimo anche se non ne capivo il motivo. Sorrisi, ringraziai e presa la carta d’imbarco mi avviai all’aereo.  Un’hostess gentilissima mi fece accomodare : grande poltrona, finestrino, rivista, menù….ok tutto bene. Passarono alcuni  minuti, l’aereo si stava riempiendo, cosi come le poltrone davanti e dietro di me, poi un leggero vocio richiamò la mia attenzione….preceduta da un paio di hostess da un uomo in divisa arrivò; arrivò lei….si, in uno splendido vestito, lungo coloratissimo, era lei….era Abuà.

Impossibile, incredidile, cosa stava succedendo ?, sorrise, mi sorrise, ricambiai il sorriso, alzandomi come in un gesto di riverenza; disse poche parole, le hostess se ne andarono e l’uomo si rivolse a me.

“La principessa sarebbe onorata se potesse fare il volo vicino a lei ?”

La principessa?? onorata? il volo?? in certi momenti é davvero difficile focalizzare cosa sta accadendo ed io lo feci con difficoltà, certo imbarazzato e confuso.

“L’onore é mio…..si, certo…..grazie….”

L’uomo se ne andò. Rimanemmo soli. L’aereo era pieno ma mi sentii ancora come quella sera, solo, soli noi due. L’aereo stava rullando….

“Abuà, dimmi….cosa sta succedendo…chi sei veramente….perché tutto questo….”

“Sapevo che volo avresti preso, Sheba Ma é stato preciso e gentile…..volevo rivederti, per questo ti ho fatto cambiare biglietto di volo….sono figlia dell’ambasciatore ivoriano in Senegal, per questo vado a Dakar….”

“Tu….ma io…., noi…. e quella notte…..eri a Borotou…”

“Si, e sei apparso come in un sogno, voglio che tu rimanga con me….verrai con me, vero….ti fermerai a Dakar….io, rimarrò con te….”

“Abuà, io, io sono italiano, sono lontano….”

“Se vorrai….”

Un viaggio lungo, lunghissimo e breve brevissimo; il fascino della ragazza come irresistibile, come il suo profumo, la sua bella pella nera e le labbra attraenti come una malia….una magia….poi, i suoi occhi si fecero tristi, aveva capito….e quando l’aereo si fermò, mi invitò con tenerezza a rimanere a bordo finché non fosse e scesa e baciandomi delicatamente sulla bocca pronunciò quelle parole che ancora ricordo.

“Adieu, mon amour, adieu”

Addio, dea africana, addio, Abuà, principessa dalla pelle nera……

 

 

 

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