Ar mi’ babbo

Ar  mi’ babbo

 

Dè, babbo, quanto mi sarebbe garbato, cammina’ per Livorno con te, cosi, anco senza fa’ nulla, tra’r Pontino e il Logo Pio,  e raccontatti un po’ della mi’ vita e come è andata!

Boia com’è stata compri’ata, babbo, la mi’ vita! M’arrangiaste ver giornaccio infame che mi lasciaste;  eri là, fori in mare,  pe’ la  mi’ mamma, la mi’ sorella e  me.

Quanto t’ho cercato nei riordi, della mente, e der core! Poi, mi so’ dato da fa, dhe! per forza, se volevo andà avanti! Babbo, un fò per vantazione, ma so’ diventato varcheduno. Ho girato ‘r mondo, so’ andato, in Ameria, in Affria, in Cina; ho sempre cercato di fa’ in modo che tu fossi ‘ontento di me, di fa onore ar  nostro ‘ognome : dé tanto ci si ‘hiama Steccoli.Ogni vorta lo dicevo forte: Danilo Andolfi, di Livorno.

Ti cerco babbo pe’ le strade che dovevi fa‘ pe’ ritorna’ da me che  aspettavo i tu’ fii e le tu’ ‘arezze.

‘Un  ti vedo, urlo ir  tu’ nome, sugli scogli dov’andavi  felice ed orgoglioso d’esse’ forte, giovane e babbo.

‘Un mi senti vando  sulla battigia  ti ‘iamo e ir mare frange spumoso sulla spiaggia a ruba’ nostri sogni marinari.

‘Un ti trovo se giro l’occhi ar cielo dove tutte le stelle  accendono la mi’ speranza la mi’ struggente voglia di vedetti,ma  la tu’ stella ch’è viva dentro di me  s’è ormai spenta.

Lo dicevo; ma te ‘un c’eri babbo, un c’eri, boia ‘ane, un c’eri! ‘Un c’eri né quando amavo, nè quando piangevo, un c’eri più. Eri là, fori dar Porto, in quer giornaccio infame e per tre giorni, soffrendo le pene dell’inferno, avevi provato, avevi provato campà dell’artro per me,  e per noi tutti. Babbino mio!

Ho avuto anco una figliola, bella, “livornesaccia di Venezia” ti sarebbe garbata; si chiama Sabrina Tiziana Andolfi . Boia se sona bene vero ir nostro nome, eh, babbino mio?! Tra poo anch’io me n’andrò e pole darsi che t’incontri, mia in paradiso o all’inferno, no, lì un c’è verso; ar Cantieri, sur Vortone, in Via der Testaio, a Colline o in Via Derna, dove t’ho visto pell’urtima vorta e dove vorrei vedetti ora. O babbo, quanto mi garberebbe, gironzola’ insieme a te, cosi senza fa’ nulla. Si potrebbe mangià un cacciucchino, la pulenda dorce di nonna Carola che ti piaceva tanto; mi potresti racconta’ di ‘uanderi partigiano a Castellina, e da eroe portavi l’armi co’ la tu’ guasconeria livornese.

Tutti mi diano che eri tanto bono, sveglio, e coraggioso. Io ‘unnosò se so stato bono, ma coraggio n’ho avuto tanto.

Te m’hai aiutato, se un cela facevo pensavo a te, babbo! Boia! nemmeno un giorno, che è un giorno t’ho scordato; insieme a te ho vinto ir Palio marinaro più importante : quella della mia  vita. Vero Babbino mio?! vero!?

Dhe, ogni giorno, babbo mio, vivo der riordo del tuo amore, e mi sembra di senti’ dentro di me  la tu’ voce che mi manca vesto è il rimpianto che  mi logora; ma tu babbo di siuro eri vi mi  ‘amminavi accanto e  m’hai agguantato nell’ora del dolore hai gioito delle mi’ gioie, asciugato il mio tormentato pianto.

Babbo come posso riempi’ il gran vuoto ch’hai lasciato! Quando m’abbonirò nel cercatti, amato babbino mio?! Mutilato der tu’ sguardo consumo le tu’ foto, babbo caro. Ti guardo, ma ‘un ti vedo; ascolto ma ‘un ti sento.

Oh! babbo  più invecchio e più mi manchi. Babbino mio! Varche vorta mi sembra di ritrovatti. Allora la serenità mi prende e m’avvolge vest’anima inquieta. Dè babbo ti cerco ancora e ti porto dentro sardato all’anima.

 

 

 

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